Visto/ Fede da marciapiede – La bestemmia è sempre una violenza

Il secondo appuntamento della rubrica settimanale di Visto dal titolo “Fede da marciapiede”

Arriva l’estate, teniamo le finestre aperte, chi abita vicino al mare passa la domenica in spiaggia e le bestemmie – che d’inverno non sentivamo – arrivano alle nostre orecchie. Non succede solo all’Isola dei Famosi o al GF Vip ma anche tra di noi. Però, mentre Marco Predolin chiede scusa per il suo errore involontario, spesso chi urla o scherza mischiando Dio e Madonna alla propria ira o risata sgangherata se ne vanta e, se è in gruppo, arriva a mettere in difficoltà chi si sente offeso (da credente o da semplice persona civile).
Fino al 1999 la bestemmia era un reato ma sarebbe bello non dover invidiare quegli anni (o il Corano) per arrivare a comprendere che le bestemmie qualificano chi le fa e non chi ne soffre e se ne lamenta. La comunicazione non è solo parlare: significato prendersi delle responsabilità; vuol dire saper mostrare il proprio mondo interiore, mentale ed emozionale con sincerità, senza ledere le convinzioni degli altri. Se siamo convinti che attraverso la parola, il dialogo, arriviamo sempre a conclusioni migliori di quelle cui saremmo arrivati da soli, scopriamo necessariamente che usare parole che non offendono è il passo necessario per creare quella coesione sociale e civile che tutti speriamo e che, alla lunga, significa sempre anche prosperità economica.
Pensando alla bestemmia cristiana non occorre scomodare il Catechismo per sapere che, se Gesù è Verbo, Parola, il dono della parola è ciò che ci avvicina più a Dio e – per questo – dietro la parola che offende si nasconde sempre una piccola o grande cattiveria. Se poi l’insulto maleducato coinvolge Dio, Gesù, Maria, i Santi, anche chi non crede dovrebbe pensare che per moltissimi quelle Persone sono persone di famiglia e non statuine sacre da processione e dovrebbe rendersi conto che trattare male sorelle, padri, madri di qualcuno è meschino e crudele. Se poi chi bestemmia è credente, forse, per coerenza, dovrebbe davvero chiedersi in cosa crede e in chi crede quando dice di credere.

Tratto da Visto numero 23 del 30 maggio 2018

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