Fonte dell’articolo silvestrini.org
Da alcuni giorni la liturgia ci accompagna con le pagine del profeta Geremia. Oggi ascoltiamo una profezia riguardante la guida del popolo santo: «Il loro capo sarà uno di essi… Io lo farò avvicinare ed egli si accosterà a me. Poiché chi è colui che arrischia la vita per avvicinarsi a me? Oracolo del Signore». La liturgia suggerisce un significativo parallelo tra questo oracolo e la vocazione di Pietro. Nel Vangelo vediamo infatti l’Apostolo ispirato a rischiare la vita per avvicinarsi a Gesù che cammina sul mare. Pietro gli dice: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque!». E, scendendo dalla barca, si mette davvero a camminare sulle acque. È un gesto che significa affidare la propria vita alla parola di Cristo. Il pericolo si manifesta quando, vedendo la forza del vento, Pietro si lascia prendere dalla paura e comincia ad affondare. Chi è chiamato a una responsabilità nella Chiesa deve avere questo coraggio: uscire dalla sicurezza della barca e fidarsi della parola del Signore, senza lasciarsi vincere dal timore, perché il Signore non abbandona chi si affida a lui. Pietro allora grida: «Signore, salvami!». E subito Gesù stende la mano, lo afferra e lo salva. Tuttavia gli rivolge anche un rimprovero che è un insegnamento per tutti: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Rischiare la vita per avvicinarsi al Signore non conduce alla rovina, perché proprio l’unione con lui è la vera salvezza e rende feconda la nostra vita apostolica. «Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio»: così si conclude il brano di Geremia. Grazie a un capo che mette a rischio la propria vita per avvicinarsi al Signore, il legame tra Dio e il suo popolo diventa stabile e saldo. È stato così per Geremia, è stato così per Pietro, ed è questo anche il cammino al quale ciascuno di noi è chiamato.


