Fonte dell’articolo silvestrini.org
Commensali nel banchetto di nozze. ||| «Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è meglio del grasso degli arieti». Così Samuele rimprovera la disobbedienza e l’infedeltà di Saul. È una tentazione ricorrente quella di illudersi di poter tacitare la coscienza e soddisfare i nostri debiti nei confronti del Signore con offerte esteriori e di scarso o nullo valore. Su questa scia si colloca anche la falsa interpretazione del significato e del valore del digiuno da parte degli scribi e degli stessi discepoli del Battista. Gesù precisa che digiunare è doveroso quando siamo in attesa e ancora privi del Bene desiderato: esso ha quindi un valore penitenziale che ci consente di elevarci più facilmente verso i valori trascendenti. Il nostro spirito, quando non è appesantito e gravato dal cibo o mortificato dalle attrattive pesanti e futili del mondo, si affina e accoglie meglio i doni divini. Gesù, con la sua risposta, ci indica più chiaramente la finalità e la meta ultima da conseguire con la pratica del digiuno: avere con noi “lo Sposo”, aver cioè raggiunto la più profonda unione sponsale con il Signore; allora, in qualità di invitati a nozze, divenuti suoi commensali nel festoso banchetto, non possiamo e non dobbiamo digiunare. Finché però, nel bel mezzo della notte, non sentiamo gridare: «Ecco lo sposo! Uscitegli incontro!», mentre Gesù è risorto, noi, con la lampada della fede e dell’amore ben fornita di olio e lucente di grazia, dobbiamo attendere vigilanti e digiunando. Per avere l’abito nuziale che ci abilita a essere commensali nel banchetto dello Sposo, dobbiamo essere nuovi, adorni della novità del Risorto: ecco perché Gesù ammonisce: «Vino nuovo in otri nuovi!».


