Sui segni della vocazione e sull’essenza della vocazione – Amici Domen…

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Fonte dell’articolo Amici Domenicani – Autore Padre Angelo Bellon op.

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Quesito

Prima di esporvi le mie domande, le volevo fare i complimenti
per come gestisce questo sito e posso dire che ho trovato molte
risposte alle mie domande.
Detto ciò volevo focalizzare la sua attenzione su alcuni quesiti:
1) Nella chiesa cattolica c’è sempre stato un dibattito tra una politica conservatrice e una diametralmente opposta “più libera”, soprattutto su alcuni argomenti come il problema delle vocazioni religiose. Leggendo sul suo sito ho letto che la vocazione di fatto è come un matrimonio e perciò nessuno va indirizzato su questa particolare scelta se non sente attrazione, d’altronde nessuno sposerebbe una ragazza se non prova nulla per lei.
Le chiedo se è veramente così, perché su altri siti ho trovato pareri contrastanti e mai chiari.
2) Papa Francesco in un’intervista pubblica, si è soffermato sulla figura di Giuda dicendo che siccome aveva una sorta di pentimento a livello interiore, potrebbe essere stato perdonato (“avendo comunque dei dubbi”). Lei è d’accordo? (“ricordo che a catechismo mi dicevano che Giuda Is. aveva bestemmiato contro lo Spirito Santo e che quindi non poteva essere perdonato”).
3) Gesù nei vangeli dice che si deve perdonare fino a 70 volte 7. Le chiedo fino a che punto possa arrivare la misericordia di Dio, anche quando i nostri peccati si ripetono.
4) In ultimo le faccio una domanda molto precisa e le chiedo se si può peccare di fantasia, intesa come distacco dalla realtà. 
La ringrazio e le prometto un ricordo al Signore nelle mie preghiere personali.


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. il beato Giuseppe Allamano, fondatore dei missionari della Consolata e nipote di San Giuseppe Cafasso, presenta come primo segno di vocazione una “certa inclinazione, genio e gusto per il servizio di Dio” (La vita spirituale, p. 22).
D’altra parte sarebbe sufficiente ricordare che chiamare nel vocabolario greco si esprime con il verbo kaléo.
E di fatto si può chiamare una persona in tanti modi: con la voce, con un gesto oppure attraendo, affascinando.
“Bello” nel greco biblico viene detto kalòs, affascinante. È bello ciò che affascina, che attrae, che chiama.

2. Il punto di partenza di ogni vocazione in genere è questo.
Ed è così vero che “se ci fosse una ripugnanza forte e costante per un determinato stato di vita, sarebbe segno di non vocazione” (Ib., p. 24).

3. Il medesimo autore dice anche che “non si richiede un’inclinazione sensibile ma della volontà” (Ib., p. 23).
Ed è proprio a motivo della determinazione della volontà che si impegna per sempre come nel matrimonio o nella vita consacrata che è necessario rimanere fedeli alla propria vocazione.
Può capitare infatti che ciò che precedentemente aveva affascinato e per cui si era lasciato tutto, possa diventare motivo di sofferenza e anche di ripugnanza.
Ciò nonostante, la vocazione rimane.
Questo capita tanto nel matrimonio quanto nella vita consacrata.

4. Questo fa capire che se il primo segno della vocazione è il trasporto o il fascino, la vocazione in quanto tale non consiste nel trasporto o nel fascino.
È piuttosto lo stato di vita al quale Dio ci chiama.
È uno stato di vita che trova le sue premesse nelle nostre inclinazioni e nelle nostre attitudini.
Per questo padre Sertillanges ha detto che la vocazione è quello che uno è.
E poiché quello che uno è gli è stato dato da Dio, la vocazione è lo stato di vita al quale Dio ci chiama.
Si legge in Geremia: “Lo so, Signore: l’uomo non è padrone della sua via” (Ger 10,25).

5. Secondo San Tommaso non è motivo sufficiente per dire che non c’è la vocazione se inizialmente si nutre qualche timore di non farcela.
Scrive infatti: “La paura di coloro che temono di non poter raggiungere la perfezione abbracciando la vita religiosa è irragionevole. Scrive in proposito Sant’Agostino: “Da quella parte ove tenevo volta la faccia, trepidante di fare il passo, mi si mostrava la casta dignità della continenza, improntata a serena e pudica allegrezza, che con oneste lusinghe mi invitava ad andare senza dubbiezze, stendendo, per accogliermi e abbracciarmi, le pie mani, colme di buoni esempi. C’erano fanciulli e fanciulle, giovani innumerevoli e persone d’ogni età, vedove austere, vergini raggiunte dalla vecchiezza. E mi guardava con un invitante sorriso per farmi coraggio, come per dirmi: Tu non potrai fare quello che son capaci di fare questi e queste? Forse che questi e queste hanno in se stessi la capacità, e non nel Signore loro Dio? Perché questa tua alternativa di propositi e di esitazioni? Gettati in lui. Non aver paura: egli non si ritirerà per farti cadere. Gettati senza esitare, ed egli ti accoglierà e ti guarirà” (Confessioni, 8, 11)” (Somma teologica, II-II, 189, 10, ad 3).

6. Circa la seconda domanda: è vero che Giuda si è pentito, ma non è stato un pentimento sufficiente.
Si legge infatti nel Vangelo di Matteo: “Allora Giuda – colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». (…). Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi” (Mt 27,3–4.5).
Secondo San Tommaso, che in questo segue Origene, Giuda con quelle parole confessa un’ultima volta di non credere nella divinità di Cristo. Ha detto infatti semplicemente: ho tradito sangue innocente. Mentre avrebbe dovuto dire “ho tradito Dio“.
Dio avrebbe potuto perdonare il peccato, un uomo no.
Non credendo nella divinità di Cristo non andò da lui e morì nel suo peccato, nella disperazione.
Dal testo sacro non possiamo andare più in là, sebbene il Signore lo abbia chiamato “il figlio della perdizione” (Gv 17,12)
San Tommaso commentando quest’ affermazione dice che Giuda venne chiamato figlio della perdizione perché è andato “alla perdizione perpetua”.

7. È vero che i peccati contro lo Spirito Santo non possono essere perdonati e che il peccato di Giuda essendo un peccato di disperazione della salvezza rientra tra questi.
Ma è anche vero che secondo l’interpretazione della Chiesa e di San Tommaso quest’espressione significa che sono “difficilmente perdonabili”. È ancora più precisamente: non perché Dio non li voglia perdonare, ma perché l’uomo si chiude del tutto all’azione della misericordia di Dio.
Per cui da parte di Dio ogni peccato può essere perdonato.

8. Per la terza domanda “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (Mt 18,22) San Tommaso riferisce la duplice interpretazione di Sant’Agostino, e cioè “che dobbiamo condonare tutto, come Cristo condonò tutto: “come il Signore vi ha perdonato così fate anche voi” (Col 3,13).
E che dobbiamo condonare sempre perché qui “si pone un numero finito per l’infinito, come nel Salmo 104,8: “parola data per mille generazioni, e cioè per sempre”” (Commento al Vangelo di Matteo, 18,22).

9. Per la quarta domanda ti rispondo così: se si tratta di puro sogno, che non ha alcuna conseguenza nella vita di una persona, può essere un momento di sollievo, come avviene per tanti cosiddetti “fumetti”.

Mentre ti ringrazio del ricordo per me nelle tue personali preghiere, ti auguro ogni bene, ti benedico e ti assicuro le mie.
Padre Angelo

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P.Angelo Bellon op, docente di teologia morale.