Qual è la differenza tra il gaudio e il piacere che si vive nella cont…

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Fonte dell’articolo Amici Domenicani – Autore Padre Angelo Bellon op.

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Quesito

Salve Padre Angelo.
Mi chiamo Davide e sono un ragazzo di 24. 
La questione che oggi vorrei porle è la seguente.
Quando mi sento amato da Dio e ricambio il suo Amore, provo una contentezza inspiegabile nella mia anima. Sono rimasto colpito, leggendo alcune sue risposte su questo sito, quando ha parlato della contemplazione cristiana, che viene definita una delle esperienze più belle e strette tra Dio e l’anima su questa terra.  Le chiedo: qual è la differenza tra il gaudio e il piacere che si vive nella contemplazione cristiana rispetto che gli altri piaceri terrestri come il mangiare oppure esercitare la sessualità secondo la volontà di Dio? In quei piaceri, si vive un piacere fisico che, poi, coinvolge l’anima. Che cosa differenzia, invece, la contemplazione cristiana (e, più in generale, sentire l’Amore di Dio e ricambiarlo) rispetto che gli altri piaceri terreni? Perché sentire l’Amore di Dio e ricambiarlo (nella contemplazione, oppure nella preghiera in generale) è un gaudio, una felicità e un piacere più alto e perfetto rispetto agli altri piaceri terreni (come, per esempio, gustare il cibo oppure esercitare il dono della sessualità)?
Le pongo questa domanda, perché la risposta mi possa aiutare, nei momenti di difficoltà e di croce, a non dimenticare che solamente in Gesù e Maria si vive la vera felicità, e non cercandola da altre parti. E perché la sua risposta possa essere di aiuta non solo per me, ma anche per altri. 
La ringrazio in anticipo per qualsiasi risposta mi darà. 
Un forte saluto.


Risposta del sacerdote

Caro Davide,
1. ti do una duplice risposta: la prima è tratta dall’esperienza di un uomo di Dio, che in questo caso è sant’Ignazio di Loyola.
La seconda invece proviene dalla riflessione teologica.

2. Ecco l’esperienza di Sant’Ignazio descritta nella propria autobiografia intitolata “Racconto di un pellegrino”. Parla di se stesso in termini impersonali.
Ti accorgerai che è abbastanza simile a quello che provi tu e che mi hai descritto.
Sant’Ignazio si trovava degente in un castello a motivo di una gamba che era stata fracassata da una bombarda nell’assedio fatto dai francesi alla città di Pamplona.
Durante questa lunga degenza, verso la fine di febbraio del 1522, visse un momento essenziale per quella che sarebbe stata la sua spiritualità tipica:il discernimento degli spiriti.
Ogni volta che nel suo letto di malattia pensava al suo passato di cortigiano o al suo futuro di cavaliere, in un primo momento trovava piacere.
Ma, terminata la serie di pensieri e di immagini, avvertiva insoddisfazione, malumore, vuoto.
Quando invece si immaginava di imitare i santi e le loro gesta, sentiva che anche dopo gli rimaneva un sentimento di gioia.

3. Ecco dunque il suo racconto: “Poiché era un appassionato lettore di quei libri mondani e frivoli, comunemente chiamati romanzi di cavalleria, sentendosi ormai in forze ne chiese qualcuno per passare il tempo. Ma di quelli che era solito leggere, in quella casa non se ne trovarono. Così gli diedero una Vita Christi e un libro di vite di santi in volgare.
Percorrendo più volte quelle pagine restava preso da ciò che vi si narrava. Ma quando smetteva di leggere talora si soffermava a pensare alle cose che aveva letto, altre volte ritornava ai pensieri del mondo che prima gli erano abituali.
Tra le molte vanità che gli si presentavano alla mente, un pensiero dominava il suo animo a tal punto che ne restava subito assorbito, indugiandovi come trasognato per due, tre o quattro ore: andava escogitando cosa potesse fare in servizio di una certa dama, di quali mezzi servirsi per raggiungere la città dove risiedeva; pensava le frasi cortesi, le parole che le avrebbe rivolto; sognava i fatti d’arme che avrebbe compiuto a suo servizio. In questi sogni restava così rapito che non badava all’impossibilità dell’impresa: perché quella dama non era una nobile qualunque; non era una contessa o una duchessa; il suo rango era ben più elevato di questi.
Ma nostro Signore lo assisteva e operava in lui. A questi pensieri ne succedevano altri, suggeriti dalle cose che leggeva. Così leggendo la vita di nostro Signore e dei santi si soffermava a pensare e a riflettere tra sé: “E se anch’io facessi quel che ha fatto san Francesco o san Domenico?”. In questo modo passava in rassegna molte iniziative che trovava buone, e sempre proponeva a se stesso imprese difficili e grandi; e mentre se le proponeva gli sembrava di trovare dentro di sé le energie per poterle attuare con facilità. Tutto il suo ragionare era un ripetere a se stesso: san Domenico ha fatto questo, devo farlo anch’io; san Francesco ha fatto questo, devo farlo anch’io. Anche queste riflessioni lo tenevano occupato molto tempo. Ma quando lo distraevano altre cose, riaffioravano i pensieri di mondo già ricordati, e pure in essi indugiava molto.
L’alternarsi di pensieri così diversi durò a lungo. Si trattasse di quelle gesta mondane che sognava di compiere, o di queste altre a servizio di Dio che gli si presentavano all’immaginazione, si tratteneva sempre sul pensiero ricorrente fino a tanto che, per stanchezza, lo abbandonava e s’applicava ad altro.
C’era però una differenza: pensando alle cose del mondo provava molto piacere, ma quando, per stanchezza, le abbandonava si sentiva vuoto e deluso.
Invece, andare a Gerusalemme a piedi nudi, non cibarsi che di erbe, praticare tutte le austerità che aveva conosciute abituali ai santi, erano pensieri che non solo lo consolavano mentre vi si soffermava, ma anche dopo averli abbandonati lo lasciavano soddisfatto e pieno di gioia. Allora non vi prestava attenzione e non si fermava a valutare questa differenza. Finché una volta gli si aprirono un poco gli occhi; meravigliato di quella diversità cominciò a riflettervi: dall’esperienza aveva dedotto che alcuni pensieri lo lasciavano triste, altri allegro; e a poco a poco imparò a conoscere la diversità degli spiriti che si agitavano in lui: uno del demonio, l’altro di Dio.
Questa fu la prima riflessione che egli fece sulle cose di Dio.
In seguito, quando si applicò agli Esercizi, proprio di qui cominciò a prendere luce sull’argomento della diversità degli spiriti” (Racconto di un pellegrino, nn. 5-8).

4. Ecco invece quanto dice la riflessione teologica sulla diversità tra piacere e gaudio.
Il piacere è la soddisfazione che si prova nei sensi. Il gaudio è quella che si prova nello spirito.
Ti riporto il pensiero di San Tommaso d’Aquino:
“I piaceri spirituali e intellettuali sono di per sé maggiori di quelli corporali e sensibiliperché l’unione tra soggetto e bene:
– “è più intima perché il senso si ferma agli accidenti esterni, mentre l’intelletto penetra fino all’essenza (lo spirito è più acuto e penetrante per la sua immaterialità);
– èpiù perfetta perché il moto sensitivo ha già qualcosa di trascorso e qualcosa di cui si attende il compimento, mentre i beni spirituali trascendono il moto, e quindi sono pieni e simultanei (l’unione spirituale con il bene amato è semplice, e cioè tota simul – tutta insieme – e non successiva);
– èpiù duratura perché l’oggetto dei piaceri corporali è corruttibile e presto finisce, mentre i beni spirituali sono incorruttibili” (Somma teologica, I-II, 31, 5).

5. Per questo Aristotele afferma che “il piacere più grande è quello che accompagna la contemplazione, frutto di sapienza” (Etica a Nicomaco, 10,7,10).
Aristotele, filosofo pagano vissuto trecento anni prima di Cristo, gustava la gioia che si prova nella conoscenza della verità, nello studio  – che noi potremmo definire – della filosofia.
Ma non poteva conoscere la gioia che si prova nello stare uniti alle realtà divine.

6. A questo proposito scrive San Tommaso: “La contemplazione di Dio in questa vita è imperfetta rispetto alla contemplazione della patria celeste; e parimenti ne è imperfetta la gioia in rapporto a quella della patria.
Tuttavia la contemplazione delle realtà divine che si può avere nella vita presente, sebbene imperfetta, è più deliziosa di ogni altra contemplazione per quanto si voglia perfetta, data la superiorità dell’oggetto contemplato” (Somma teologica, II-II, 180, 7, ad 3).

7. San Tommaso va ancora più avanti e certamente traendo spunto dalla propria esperienza personale dice che la contemplazione “sorpassa qualsiasi gioia umana.
Infatti già il godimento spirituale è superiore a quello carnale, come sopra abbiamo visto nel trattato delle passioni: inoltre l’amore di carità verso Dio supera ogni altro amore. Ecco perché nei Salmi si legge: “Gustate e vedete com’è soave il Signore” (Sal 33,9)” (Somma teologica, II-II, 180, 7).
Ed è “un certo inizio della felicità del cielo, della beatitudine” (“inchoatio quaedam beatitudinis”; Ib., II-II, 180, 4).

Con l’augurio che questa diventi la tua personale esperienza, ti benedico e ti ricordo volentieri nella preghiera. 
Padre Angelo

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P.Angelo Bellon op, docente di teologia morale.