METRO – Quel racconto da tempo di guerra

Qualche giorno fa un uomo viene travolto da un Tir mente si sposta in bicicletta. Il camionista si ferma per soccorrerlo e, mentre si dispera perché scopre che è già moribondo, con la coda dell’occhio si accorge che qualcuno, avvicinato al marsupio dell’uomo a terra, sta scappando dopo avergli rubato il portafoglio. Immediatamente (si scopre poi) si è recato al bancomat riuscendo a prelevare fino al tetto massimo: 500 euro. A causa dello sciacallo, prima di capire chi fosse il poveretto, si arriva alla mattina dopo, con l’angoscia dei parenti che arriva alle stelle. Pare un racconto preso dal diario di un campo di concentramento o di una guerra, di quando ai morti si rubano le scarpe, i vestiti o i denti d’oro. E invece è avvenuto a Roma, lungo la via Tiburtina, vicino a casa mia. Come si giunge al punto di rubare a un morto? Il delinquente non è ancora stato identificato ma certamente si può dire che non si arriva a un punto tanto basso spinti solo dal bisogno. Chi conosce i poveri sa che l’indigenza di per sé non incrina la dignità: per rovinare quella ci vuole un cadere che si alimenta di tante cadute quotidiane, magari piccole, ma tutte vergognose. Qualcosa che diventa un disfacimento che anestetizza la coscienza fino a portare se stessi, il proprio mondo interiore, a vivere come se si fosse ad Auschwitz. Mentre invece siamo a Roma, sulla via Tiburtina.

Tratto da METRO

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