Liturgia della parola domenica ascensione di nostro Signore

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Letture della liturgia per il giornoAscensione del Signore (Anno B)

Prima LetturaAt 1,1-11

Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni aGerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

Salmo responsoriale (Sal 46)

Ascende il Signore tra canti di gioia.

Popoli tutti, battete le mani!Acclamate Dio con grida di gioia, perché terribile è il Signore, l’Altissimo,grande re su tutta la terra.

Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba. Cantate inni a Dio, cantate inni, cantate inni al nostro re, cantate inni.

Perché Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte. Dio regna sulle genti, Dio siede sul suo tronosanto.

Seconda Lettura Ef 4,1-13

Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.

Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo è detto: «Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini». Ma cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.

Acclamazione al Vangelo(Mt 28,19.20)

Alleluia, alleluia. Andate e fate discepoli tutti i popoli, dice il Signore. Ecco, io sono con voi tutti igiorni,fino alla fine del mondo. Alleluia.

Vangelo: Mc 16,15-20

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.

Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano

Commento alla prima lettura.

Sappiamo bene che a scrivere il libro degli At è Luca, per questo all’inizio di questo capitolo egli dice: Nel primo racconto, o Teòfilo. Di quale primo libro parla? Del vangelo, per il quale si mette a fare delle ricerche sulla vita di Gesù e li trascrive. Luca si rivolge a Teòfilo. Ma chi è questo personaggio? È realmente esistito come persona? Era di usanza tra gli ellenisti dedicare gli scritti a qualcuno, tipo benefattori, amici, persone in vista, importanti per la società. Possiamo dire che il nome Teòfilo significa “amico di Dio”, o “colui che ama Dio”.  Probabilmente Luca con il termine Teòfilo si stava rivolgendo a qualcuno di una certa riverenza. Infatti era il termine usato anche per rivolgersi ad una persona di rispetto o di un certo affetto, come per dire: kràtiste in greco che è simile al nostro eccellenza, che in latino aveva un nostro equivalente “clarissimus o vir egreggius, che tradotto in italiano è egregio o illustrissimo. Luca si rivolge a qualcuno a cui è caro o comunque una personalità, dato che già negli At troviamo scritto di molte testimonianze di persone della politica italica, senatori, centurioni ecc, che si convertivano alla nuova fede in Gesù, i così chiamati gentili provenienti dal mondo pagano. Tutto questo ci serve per capire meglio Luca a chi si rivolge e nello specifico usa questo termine per indicare una comunità: “amici di Dio o coloro che amano Dio”, e le comunità primitive dei credenti erano queste. L’autore prosegue poi con la descrizione del periodo trascorso da Gesù con gli apostoli dopo la sua risurrezione (vv. 3-8), a cui fa seguito il racconto della sua ascensione (vv. 9-11).L’autore dedica gli Atti a Teofilo, lo stesso al quale aveva dedicato il suo vangelo. L’identità di Teofilo non è nota. Luca ricorda di aver già scritto un primo volume, nel quale ha esposto quello che Gesù fece e insegnò da quando egli cominciò il suo ministero pubblico fino al momento in cui «fu assunto» in cielo (cfr. Lc 9,51). Infatti nel suo vangelo Lc delinea volutamente la nascita, sia del precursore, Giovanni Battista che l’annuncio a Maria, donandoci la più bella ed elevata preghiera che si potesse mettere sulle labbra di Maria, il Magnificat. L’evangelista poi continua delineando quasi cronologicamente, ma in realtà non è così, l’esperienza della vita di Gesù, fino all’ascensione al cielo. Infatti notiamo come fino a prima della predicazione, Lc fa un racconto del Battista, forse l’intenzione era quella di dover presentare uno che prepara la strada: vox clamantis in deserto – Mc 1,1-3, come annuncia Isaia in 40,3 Una voce grida: “Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Luca riferisce che, Gesù prima di essere assunto in cielo, sente il bisogno di fare ancora le raccomandazioni di quanto loro debbono compiere, ricordandogli che tutte queste cose sono già ampiamente dette e ridette prima di essere ucciso. Luca capovolge un po la cronologia degli eventi: prima accenna all’ascensione di Gesù, poi volge la propria attenzione al periodo precedente, cioè al periodo antecedente l’ascensione, ai 40 giorni, d’altronde trascorsi nella sofferenza. Sappiamo bene dai racconti degli At il pericolo che attraversarono gli apostoli a causa della persecuzione dei sacerdoti, degli anziani, dei farisei del tempio; questi cercavano gli apostoli perché temevano che la morte di Gesù potesse danneggiarli maggiormente che di quanto stava in vita. In effetti è quello che è accaduto. Si può sconfiggere un uomo; si può distruggere un corpo mortale; si può fermare una idea, ma mettersi contro Dio è un assurdità solo a pensarci. Purtroppo tanti uomini di ogni tempo che si sono messi contro il Signore hanno perso. Luca cita il numero 40 non per caso e non dobbiamo focalizzare al numero come se fosse una realtà: lo spirito santo che attende 40 giorni per colmare gli apostoli. Nella Bibbia questo numero è molte volte citato, pertanto è una simbologia, e viene indicato per un tempo di preparazione a una particolare rivelazione divina: i 40 giorni di Noè, il diluvio Gn 6,9; i 40 giorni di Mosè trascorsi sul Sinai prima di ricevere le tavole dell’alleanza (Es 24,18); i 40 anni nel deserto del popolo prima di giungere alla terra promessa (Nm 14,33), qui possiamo anche rilevare la purificazione del popolo; i 40 giorni di Elia che cammina nel deserto verso il monte di Dio (1Re 19,8); i 40 giorni di Esdra che resta con Dio quando gli vengono consegnati i libri sacri (4Esd 14,23-45); i 40 giorni di Baruc che istruisce il popolo prima della sua assunzione in cielo (2Bar 76,1-4); infine i 40 giorni di Gesù trascorsi nel deserto, digiunando, prima di iniziare la sua vita pubblica (Lc 4,1-2). Se davvero pensiamo che il tempo di 40, che siano giorni o anni è un tempo sufficiente e che dopo tutto è risolto, allora dobbiamo credere che davvero Dio si accontenta di poco. Invece il periodo dei 40 è tutt’altro, in sintesi ci vuole indicare un tempo di purificazione, di sofferenza, di prove, di attesa, di penitenza, di sforzi, di umiliazioni. Anche per gli apostoli è necessario un tempo fissato, ci viene detto di 40 giorni, durante i quali gli apostoli dovranno sopportare tribolazioni, umiliazioni, sofferenze, ma tutto questo è già stato annunziato da Gesù. Le istruzione di Gesù sono precise, non devono lasciare Gerusalemme, è qui che dovranno ricevere la promessa, la discesa dello Spirito, il Paràclito che gli darà la virtù dell’annuncio perché è il progetto di Gesù quello di annunciare la buona notizia a tutti gli uomini della terra.  E quando Gesù ha detto questo agli apostoli? «Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito santo, tra non molti giorni» (vv. 4-5). Luca anticipa questo comando in (Lc 3,16) e le mette sulla bocca di Giovanni Battista. La differenza qual è? Il battesimo predicato dal Battista è di penitenza; il battesimo che sta parlando Gesù qui non come il rito cristiano che si sostituisce a quello del Battista, ma come il dono dello Spirito fatto alla nascente comunità cristiana nel giorno di Pentecoste. Notiamo che avviene la medesima cosa quando Gesù riceve lo Spirito Santo – il battesimo nel Giordano, prima di iniziare il suo ministero della predicazione, ora anche la chiesa nascente prima di iniziare il suo ministero di evangelizzazione nel mondo, deve ricevere lo Spirito Santo perché deve essere contrassegnata dalla presenza dello Spirito.Molto probabilmente, i discepoli chiedono a Gesù: «Signore, è questo il tempo in cui ristabilirai il regno per Israele?» (v. 6), rifacendosi alle attese apocalittiche giudaiche (cfr. Dn 7,27): in Daniele infatti leggiamo che i regni della terra saranno distrutti e tutti si sottometteranno al regno di Dio. Ascoltando le parole di Gesù, gli apostoli credono che quei tempi stanno per giungere, ma la risposta è per loro deludente: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta» (v. 7). Nell’A.T. Dio viene esaltato come colui che è padrone su tutte le cose e ha il potere su ogni creatura, uomo o cose, (Dn 2,21.22). Gesù è un ebreo, quindi pensa, vive, agisce come uno di loro, pertanto anche per lui solo Dio è padrone di ogni cosa, e spetta solo a lui conoscere i tempi in cui si attua il suo progetto: Gesù sta dicendo che non è con la fine del mondo che avverranno queste cose, come credevano gli apostoli e non solo ma anche gli anziani, i sacerdoti. In realtà Gesù sta dicendo che il regno è già stato inaugurato da lui, ma perché si possa instaurare dovrà passare ancora un lungo periodo di attesa prima della sua venuta piena e definitiva, la venuta escatologica.Questo nuovo tempo inizierà con la discesa dello Spirito che si contrassegnerà con la testimonianza degli apostoli che non si limiterà solo nella città di Gerusalemme, ma si estenderà fuori, nei paesi dei gentili fino a giungere a Roma, definita l’estremità della terra, dove tutto termina, in virtù del fatto che Roma era definita la capitale del mondo dove vi erano tutti i popoli della terra. Per Luca Gerusalemme è il centro della salvezza, mentre gli estremi confini della terra sono il mondo gentile (Is 49,6; At 13,47), e più particolarmente Roma che, come capitale dell’impero romano, rappresenta rispetto a Gerusalemme l’estremo opposto del mondo. In questo versetto, che delinea il progressivo irradiarsi del cristianesimo, Luca indica anche il piano della sua opera: egli intende narrare lo sviluppo dell’annunzio evangelico a Gerusalemme (cc. 1-5), poi in Giudea e Samaria (cc. 6-12) e infine, per mezzo di Paolo, in Anatolia e in Grecia (13,1-21,26) e fino alla capitale dell’impero (21,27-28,31). L’evento dell’ascensione è raccontata solo da Luca, sia nel suo vangelo che negli atti. (Lc 24,50-53) notiamo una differenza nei due racconti. Probabilmente Luca nelò vangelo fa solo un accenno, negli atti fa una descrizione più dettagliata, probabilmente rifacendosi al racconto dell’assunzione di Elia. Ormai sa che sta per abbandonare questa vita, prende con sé il discepolo Eliseo e gli dice: «Domanda che cosa io debba fare per te prima che sia rapito lontano da te». Eliseo risponde: «Due terzi del tuo spirito diventino miei». Nella cultura dell’A,T. questa investitura spettava solo al primogenito, cioè diventare l’erede spirituale. Qui gli apostoli fanno la stessa cosa, chiedono a Gesù, mentre sta ascendendo al cielo l’investitura del primogenito, cioè di essere gli eredi dello Spirito. Eliseo riceve così lo spirito di Elia, e ciò viene riconosciuto dal gruppo dei profeti: «Lo spirito di Elia si è posato su Eliseo» (cfr. 2Re 2,9-15), anche per gli apostoli è così, vengono riconosciuti dalla comunità nascente come gli eredi dello spirito, quindi all’evangelizzazione. Nel racconto degli Atti anche Gesù, dopo aver promesso lo Spirito, viene elevato in alto sotto gli occhi dei discepoli. Questo evento segna la fine della carriera terrena di Gesù. Essa era stata caratterizzata dal viaggio verso Gerusalemme, dove lo attendeva la sua «assunzione» (Lc 9,51), cioè il compimento della sua opera salvifica. Ora gli angeli stessi, che avevano annunziato la sua risurrezione (Lc 24,4), attestano che essa si è verificata. Inoltre gli apostoli, per il fatto di aver visto Gesù mentre era elevato in alto, sono ormai pronti a ricevere lo Spirito che egli ha appena promesso (cfr. vv. 5 e 8). Essi diventeranno così gli eredi spirituali di Gesù e i continuatori della sua missione nel mondo.

Commento al vangelo

Gesù deve partire, andare via da questo mondo perché possa venire a noi la promessa del Padre, lo Spirito. Sono trascorsi 40 giorni, come abbiamo ampiamente parlato negli Atti, numero simbolico ma pieno di significati Biblici, dal giorno della resurrezione di Gesù. Oggi i credenti celebrano la festa dell’Ascensione. Siam o ormai prossimi alla festa di pentecoste (pentecostè – hèmèra), giorno, come dice la parola, cinquantesimo giorno, per i cristiani  il 50° giorno dopo la resurrezione di Gesù, per gli ebrei, dal quale prendiamo questa festa, è detta Shaloshregalim (tre pellegrinaggi denominati feste di pellegrinaggio a Gerusalemme). Questa festa si riferisce allo Shavuot che significa settimane, cioè la festa delle settimane a partire dal secondo giorno di Pasqua, il 16 di Nissan che celebra la rivelazione di Dio sul monte Sinai e il dono della Torah. Agli inizi e fino al V secolo D.C. la resurrezione, l’ascensione e la pentecoste, venivano festeggiate in un unico evento, quello della resurrezione di Gesù. D’altronde è quello che ancora oggi festeggiamo, ma si è voluto dare un aspetto individuale anche perché riflettono tre momenti importanti per il credente: Cristo è risorto; Cristo è asceso al cielo; Cristo invia il consolatore, la promessa del Padre, lo Spirito. Ora Gesù asceso al cielo e la discesa dello Spirito, confermano la presenza del risorto in mezzo al popolo che lo nutre e lo guida, proprio come la legge data sul Sinai: Mosè sale sul monte, quasi come ascendere; riceve la legge da Dio e la porta al popolo; Gesù ascende al cielo, riceve lo Spirito dal Padre e lo invia sugli apostoli, sulla Chiesa. C’è quasi una simbiosi in quello che Dio compie sia nell’A.T. che nel N.T., la continuità: Dio dopo il diluvio promette di non distruggere più la terra e qui abbiamo la testimonianza della sua fedeltà, notiamo come Dio continua, in modo nuovo la sua promessa.

1. Gesù è vivo? Sì: Gesù non è rimasto nella morte, ma è vivo (Resurrezione).

2. E dov’è adesso Gesù? Gesù è salito al cielo cioè è in Dio e lascia a noi il compito di proseguire la sua opera(ascensione).

3. E ci lascia soli? No, perché è presente in mezzo a noi con il suo Spirito (Pentecoste).

Nella vita di ogni persona sperimentiamo il lutto. Oggi la psicologia parla di “terapia per elaborare il lutto”. Ma si può davvero guarire da una simile ferita? La nostra mente è così limitata che non riesce ad andare oltre i propri pensieri, perciò tutte le terapie del mondo non potranno mai cancellare una persona cara. Tuttavia, con il tempo riusciamo in qualche modo a convivere con tale dolore e quella persona anche se non la vediamo più con gli occhi fisici, riusciamo a vederla con gli occhi del cuore, dell’amore, perché ciò che resterà sarà il legame di amore. E sarà proprio quel sentimento che mi permetterà di poter ancora vedere viva la persona cara (risurrezione). Ci chiediamo dov’è? Spesso diciamo in “è volata in cielo”, ed è così perché è lì che tutti ritorniamo (ascensione), cioè saliamo al Padre. Dunque se quella persona è risorta, è ascesa al cielo possiamo anche dire con molta serenità che è presente nella nostra vita (pentecoste).

Ci viene da chiedere: ma sono veramente accaduti in questo modo tali eventi? Diciamo anzitutto che Mc dipende da Lc che è l’unico evangelista a parlare dell’ascensione, pertanto questi scritti sono posteriori agli avvenimenti stessi. Tutti gli altri scrittori (Giovanni, Matteo, Paolo, Pietro) non parlano di un avvenimento visibile, ma invisibile. Inoltre è bene notare che anche Lc nel suo vangelo 24,-52-53 Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; 53 e stavano sempre nel tempio lodando Dio, da un accenno, il racconto completo dell’ascensione la troviamo negli Atti al cap. 1 e segg.

Per comprendere perché Mc descrive fisicamente l’evento dell’ascensione, dobbiamo scoprire chi è e da dove proviene: Nacque in Palestina intorno all’anno 20. Poco o nulla si sa della sua giovinezza e della sua famiglia. Dal Nuovo Testamento è noto che era cugino di Barnaba (Lettera ai Colossesi 4,10) e che quindi era ebreo di stirpe levitica. Negli Atti degli Apostoli vi è un primo riferimento preciso su di lui nell’episodio in cui si descrive la liberazione “miracolosa” di Pietro dalla prigione: « Dopo aver riflettuto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco, dove si trovava un buon numero di persone raccolte in preghiera »   (Atti 12,12)

Secondo il brano sua madre si chiamava Maria e a quel tempo abitava nei pressi di Gerusalemme. Si noti anche che Marco aveva due nomi, uno gentile e uno ebreo; quello ebreo era Giovanni. A quel tempo era un’usanza abbastanza comune tra gli israeliti: basti ricordare Paolo, che viene indicato anche con il nome di Saulo. In altri passi degli Atti viene chiamato o con il nome di Giovanni o con quello di Marco o con entrambi. Non è noto da alcuna fonte se conobbe direttamente Gesù, ma se abitava a quel tempo a Gerusalemme deve aver perlomeno sentito parlare di lui. Di sicuro è noto che, pochi anni dopo la morte del Maestro, gli apostoli e i discepoli si riunivano a casa di sua madre. Il fatto che sia l’unico evangelista a menzionare la fuga di un giovinetto che seguiva da lontano gli avvenimenti della cattura di Cristo nell’orto degli ulivi: « Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo »  (Marco 14,1.51.52)  fa supporre che sia egli stesso questo giovinetto.

Alla luce di questo accenno alle origini di Mc notiamo il perché di questo racconto da parte sua. Mc non ha vissuto con Gesù, pertanto non ha visto realmente gli eventi della predicazione di Gesù. Supponiamo pertanto che, Mc riflette su di una condizione. A quei tempi e in parte ancora oggi, quando moriva un grande personaggio veniva raccontato l’evento, ma  che la sua fine restava un ricordo glorioso, anche se moriva lasciava ai suoi discepoli gli ultimi suoi messaggi. Era un modo per dire che quell’uomo era stato così grande da non morire mai, che non sarebbe mai morto.

Allora il racconto dell’ascensione che Mc espone, non è qualcosa di realmente vissuto da lui stesso. Anzitutto Mc raccoglie le notizie per bocca degli apostoli e vuole dare una spiegazione teologica. Vuole dire: “Io non ci sono più fisicamente in mezzo a voi; ma ci siete voi. Io non parlo più se non attraverso voi e non opero più se non attraverso voi. Voi siete le mie labbra, le mie mani, i miei piedi, i miei occhi e il mio cuore. Io sono nel mondo attraverso di voi”.

Mc sottolinea due volte l’andare (16,15.20) e per due volte il predicare (16,15.20), come a dire con insistenza quello che il cristiano è chiamato a compiere. “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (16,15) e “Allora essi partirono e predicarono dappertutto” (16,20).

Gesù già durante la sua vita terrena, invia i suoi discepoli a predicare: Mt 16,17-20 Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. 17 Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; 18 e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. 19 E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: 20 non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. Quindi dopo l’ascesa al cielo, era Gesù che ha predicato, era lui che operava, ora che Lui non c’è più fisicamente, manda i suoi discepoli. Loro – noi sono – siamo i nuovi Gesù. Ascoltate bene: “In tutto il mondo… ad ogni creatura… dappertutto”: il vangelo (eu-anghelion=buona/bella notizia) è per tutti, non solo per pochi o soli per i prescelti, per Gesù siamo tutti degni di ricevere la Sua parola di salvezza.

Gesù cosa ha fatto di speciale? Ecco, mentre gli anziani, i sacerdoti del tempio inculcavano una mentalità religiosa al popolo, mentre essi decidevano, secondo alcune regole e interpretazione della Torah, questo è giusto, questo no, questo è degno del regno e questo no, Gesù va da tutti: (donne, peccatori, pubblicani, pastori, pescatori, lebbrosi, ammalati, usurai, ecc.)”, infatti Egli in tutto il vangelo a più riprese dice continuamente che: “Io vado da tutti. Non è l’aspetto esteriore o per quello che ha fatto che giudico gli uomini, Gesù guarda il cuore”. Gesù ribadisce: “Io ho un messaggio da proporre al tuo cuore, un messaggio di luce, di vita, d’amore, di riconciliazione, di pace, di verità. E vengo da te. Se lo accogli, bene; se non lo accogli vado da un’altra parte. Ma Dio è per te e per tutti”. Per questo Gesù dice: “Andate da tutti, dappertutto, da ogni creatura”.

Gv 6,67 Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”. Da questo comprendiamo che Gesù è andato veramente da tutti, tanto che un giorno alcuni ascoltando la Sua Parola la ritenevano dura, allora Gesù disse “Forse anche voi volete andarvene?”. La Chiesa ha sempre ritenuto che il mondo doveva essere convertito a tutti i costi, interpretazione errata, perché ascoltando le parole di Gesù non è proprio la medesima cosa che voleva. Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma lo rese libero perfino di accettare lui o non nella propria vita. Dio è molto sensibile sulla libertà dell’uomo, sta a noi saper scegliere. Gesù fa la stessa cosa, da questo comprendiamo che Egli fa la volontà del Padre, senza togliere ne aggiungere nulla al progetto del Padre.

Infatti tutti coloro che hanno creduto in Gesù, sono stati salvati da ogni sorta di malattia, (ciechi, zoppi, lebbrosi, ecc.), ma soprattutto Gesù guariva dalla malattia dell’essere indemoniato, questo per farci capire che Egli è la vittoria sul male. Tutto questo Gesù continua ad operare attraverso la Chiesa, attraverso la sua eredità acquistata con il suo sangue sulla croce, e noi non possiamo esimerci dal compiere quello che il Signore ci chiede: Gv 6,68 Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna. Questa sì che è vita! Questo è vivere!”. Molti uomini e donne che hanno accettato il Dio di Gesù nella loro vita, hanno avuto il coraggio di lasciare tutto (casa, famiglia, moglie, figli, lavoro, giudizio della gente) e lo seguivano. E dicevano: “Prima chiamavamo vita la morte. Questa sì che è vita!”. Ed erano così cambiati che perfino la morte la chiamavano vita vera.

Quindi possiamo dire che il Dio di Gesù non è un Dio che deve convertire, a tutti i costi il mondo, ma vuole essere annunciato nella liberta, perché deve essere accolto nella libertà di amore, Egli è il Dio di tutti e per tutti perché, è il Dio che c’è già dentro di te, dentro di me, dentro ciascuno, dentro tutti. Allora non si tratta di metterlo dentro ma di tirarlo fuori. Allora Dio non è mio, non è una mia proprietà, non è il Dio della Chiesa, semmai è la Chiesa che appartiene a Dio, ma è il Dio che è entrato dentro me sin dal momento in cui ho aperto gli occhi a questo mondo, perché ero già nei suoi pensieri, allora ho il dovere di portare questo annuncio e dire a tutti: Dio è dentro di te, vuole risorgere dal torpore della tua vita, apri quel sepolcro, togli il macigno del masso perché possa uscire e risorgere nella tua vita e nella vita di tutti. Quindi possiamo dire che le catechesi che ascoltiamo, non aggiungono nulla a quello che possiedo, ma mi aiutano, mi educano a farlo uscire, a farlo vivere il Dio che è dentro di me: E-ducare (ex-ducere) vuol dire lett. “tirar fuori”. In-segnare (in-signum) vuol dire invece “fare un segno, ferire”. Gal 1,20 Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me.

C’è qualcuno che pensa così: “Io so chi è Dio e te lo dico”. “No, amico: tutti abbiamo Dio (siamo di Dio!). Tu hai la tua esperienza e io la mia. Non darmi la tua ma aiutami a cercare la mia”. Dio non è una formula, né una preghiera, né una pagina di catechesi: Dio è una presenza. Educare a Dio vuol dire mettere ogni creatura in collegamento, in relazione, col Dio che già vive dentro di lei. Altrimenti facciamo imposizione: ti do la mia idea, un’immagine di Dio (piena tra l’altro delle mie proiezioni), e così facendo ti allontano dal tuo Dio.

Un giorno, eravamo in Chiesa a celebrare la messa, ed era una occasione di un anniversario di matrimonio di due persone speciali, Rosa e Miro. Giunti al momento della comunione, Rosa venne a comunicarsi mentre Miro rimase seduto, ma poi si avvicinò a me e mi disse: Michele non ho il coraggio di avvicinarmi a Gesù perché ho molti peccati e Gesù non mi vuole così. Allora io conoscendo Miro, una persona molto altruista e pieno di amore verso la moglie e la famiglia, sapevo di stare a parlare con un uomo giusto, pensai: ecco, questi è più meritevole di me che sto amministrando la Santa Comunione. Allora gli dissi: Miro, tu sei più degno di me, non preoccuparti Gesù ti ha già perdonato, proponiti di confessarti dopo. Miro aveva il Dio dell’Amore dentro di se.

Lungo i tempi c’è sempre stata l’eterna lotta tra il bene e il male, ma gli inferi non sono mai riusciti ad oltrepassare le porte di Dio: Mt 16, 18-19 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Ed essi partirono senza indugio a predicare la buona notizia a tutti gli uomini; anche noi oggi siamo chiamati ad annunciare la buona notizia, noi oggi siamo i nuovi apostoli di Gesù. Ora ripeti a bassa voce e in preghiera: Gesù io sono Simone, detto Pietro, Andrea, Giacomo,  Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Tommaso, Matteo, Giacomo, Taddeo, Simone. Manda me ad annunciare il tuo vangelo.

Da una parte queste sono le ultime parole del vangelo di Mc: la storia di Gesù finisce e inizia quella della chiesa. Dall’altra si vuol dire che Lui c’è, vive in noi, vive attraverso le nostre mani, i nostri piedi e le nostre labbra. Spesso ci lamentiamo di come vanno le cose: la gente si ammazza, rubano gli uni agli altri, si fanno del male. Allora ci viene da dire: ma Signore dove sei? Questo è il modo di volerci bene? Dici che sei presente, sei vivo in mezzo a noi, allora perché non agisci? Vorremmo cioè che Dio fosse come una bacchetta magica, con un tocco tutto va al suo posto. Dio non è questo, Egli dice: io agisco solo attraverso di te, sei tu che devi sprigionare l’energia che ho messo dentro di te, sei tu che devi evangelizzare, sei tu che devi agire, io sono con te, ma ho bisogno delle tue mani, delle tue gambe, della tua bocca, del tuo agire, voglio che fai uscire il Dio che c’è dentro di te.

Dio c’è? Sì, perché Lui è la forza che c’è in noi, la fiducia e la vita che ci abita, a cui possiamo attingere. Da questo punto di vista Lui è sempre con noi e lavora (sin-energia) con noi e attraverso di noi.

Poi c’è una frase: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato” (16,15). Per noi, che siamo giudicanti, il concetto di salvezza implica quello di condanna: o ti salvi o sei condannato, perso, morto; o vai in paradiso (salvezza) o vai all’inferno (condanna).

Ma per Gesù non era così: per Lui salvezza era vivere alla luce del vangelo, cioè una vita vibrante, appassionata, dove la gioia si esprime, l’amore fluisce e scorre, la tristezza e il pianto escono, la voglia di cantare e di vivere si sprigionano, dove si va al di là di se stessi, dove insomma ci si sente vivi. Questo per Gesù era credere: quando incontri Dio ti infiammi, bruci di vita. Prima eri freddo, di ghiaccio, morto, e poi ti riscaldi, ti sciogli e diventi terribilmente vivo. La salvezza per Gesù è: dover morire ogni giorno al nostro essere per far vivere il Dio che abita in noi.

Parlare lingue nuove (16,17). Avete mai udito i nostri discorsi? Di cosa parla la gente? Del tempo, di ciò che ha fatto il vicino, il collega, il capoufficio, dell’ultimo gossip; e poi tante “ciaccole”, insinuazioni, discorsi già stampati, nulla di personale, nulla che abbia un’anima. La gente poiché parla crede di comunicare, di esprimersi. Ma ci sono migliaia di linguaggi! Quali sono le lingue nuove di cui si parla qui? Il linguaggio del silenzio: “Ti ascolto”. Faccio silenzio e ti ascolto. Ascolto le tue parole e il tuo cuore. Ascolto la natura, il canto degli uccelli, il mio cuore che batte o il mio respiro. Il linguaggio degli occhi: “Ci fermiamo e ci guardiamo negli occhi”. Perché gli occhi sono lo specchio dell’anima. Il linguaggio del corpo: abbracci, carezze, baci, coccole, contatto. Il linguaggio del cuore: dirsi, esprimere le proprie emozioni, le proprie paure, i propri bisogni e desideri. Il linguaggio dell’anima: piangere di gioia, commuoversi, stupirsi, meravigliarsi, essere felici.

Quante volte evitiamo le cose perché ci sembrano come un serpente: ci fanno paura, crediamo che non ce la faremo, che è troppo grande per noi, che è troppo pericoloso. Invece è solo paura. “Con me si può tutto”, dice il Signore. “Prendi in mano ciò che ti fa paura!”. Andare in chiesa non ti dice più nulla: affronta la questione. Perché tiri avanti e te la fai andare bene? Devi dire una cosa ad uno: fallo, cosa aspetti! “Ma non so come reagirà! Ma ho paura ha fargli male (questa è una bugia atroce!)! E poi?”. Hai tutta la forza per farlo.

A conclusione possiamo dire: Gesù è asceso al cielo, mi ha dato il suo comandamento dell’Amore, mi ha indicato la via per giungere a Dio, alla felicità eterna, mi ha inviato ad evangelizzare tutti gli uomini, quindi adesso ci sono io qui sulla terra, ma io vivo della sua stessa forza. Tutto quello che ha fatto Lui lo posso fare anch’io perché, lo ha detto lui: “Chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi perché io vado al Padre” (Gv 14,12). Se credo a questo, niente mi sarà impossibile.

Pensiero della settimana

Quando tutti saremo Uno

nessuno sarà più solo.

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Informazioni su michele 30 Articoli
Sono senpre stato cristiano per battesimo, ma non ero tanto vicino alla pratica. Ero affascinato dalle strutture e sculture delle chiese ma nulla di più. A messa ci andavo raramente. Il cambiamento in me è avvenuto 20 anni fa, il Signore mi ha dato la gioia di un figlio nonostante non ne potessi avere, preceduto in sogno dalla Madonna di Pompei. Poi l'incontro con un crocifisso che mi ha detto "guarda cosa ho fatto per te"! E' stato allora, con il cuore nelle sue mani e le mie lacrime, che ho cominciato a capire chi è il Signore. Il mio tutto.