Le Lettere di Nicola Sparvieri – Riscaldamento e Ingiustizia Globali. La ragazzina isterica fa discutere gli adulti

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Io penso che sulla questione Greta Thunberg ci siamo tutti bevuti il cervello. Una volta di più noi cittadini del Bel Paese non abbiamo perso occasione di far vedere che gli schieramenti ideologici precedono sempre le considerazioni basate sull’analisi “super partes”, e questo vale sia per gli scienziati che per la pubblica opinione. Il gruppetto, o gruppone, cui apparteniamo (sia esso politico, culturale o ente morale senza scopo di lucro o volontariato e chi più ne ha più ne metta) ci spinge a trasformarci in Difensori di Ufficio della nostra fazione e Pubblici Ministeri nei confronti della fazione antagonista. La cosa assurda è che tutto si gioca nel voler vincere nel dibattito. E poi, dopo aver polemizzato, cosa risolviamo? Ma noi siamo fatti cosi! Roma e Lazio calcistiche sono una fede e l’antagonismo tra i tifosi una guerra di religione e se anche una andasse in finale di Champions, i tifosi dell’altra guferebbero anche se una squadra italiana potrebbe diventare Campione d’Europa. L’amor di polemica supera l’interesse generale. Questa è la nostra Natura e mai cambieremo idea, anche di fronte all’evidenza di avere torto. E questo ci porta anche a una immensa dispersione di energie che invece che nelle infinite e patetiche polemiche di bassa lega nei talk show o nei Social potrebbero essere utilizzate per migliorare lo status quo.
Fatto questo doveroso sfogo dico che sicuramente la ragazzina Greta è una figura un po’ irritante per la sua giovane età e per la sua evidente incompetenza. Il voluto e studiato siparietto massmediatico dell’essere ricevuta dai grandi della Terra irrita i più preparati che sanno che le competenze sono fatica e dura applicazione ed esaltano quelli che vedono che la debolezza, purché associata alla Verità, può sconfiggere anche il Potere e la Forza, un po’ come Davide contro Golia o Papa Leone Magno contro Attila. Greta è evidentemente il risultato di una lobby ben organizzata e potente, che la supera completamente e di cui è soltanto una pedina. I suoi interventi possono risultare ripetitivi e incompleti da un punto di vista tecnico ma hanno efficacia comunicativa anche se i suoi attacchi si rivolgono principalmente al mondo occidentale bacchettando pochissimo i “grandi inquinatori” come Cina e India. Anche questo è certamente voluto e non casuale. Aggiungo che l’intervento all’ONU a me è sembrato un po’ patetico in particolare nell’ adolescenziale sfogo generazionale che poco ha a che vedere con i cambiamenti climatici. Ma tant’è, ci stava pure. Resta il fatto che perlomeno la questione ideologica del “sono a favore o sono contro Greta” ha distolto per un po’ di tempo grandi masse di persone per decidere se appartenere alla fazione pro Greta o a quella opposta, trascurando temporaneamente il problema della dieta o il campionato o altre amenità del genere e magari qualcuno avrà anche pensato che il suo vivere quotidiano nella sua auto o nei suoi consumi alimentari può avere un impatto sul riscaldamento globale e che forse è meglio usare il vetro invece delle bottigliette di plastica. E questo è comunque positivo.
Se qualcuno si sta chiedendo da che parte sta chi scrive resterà deluso perché a me della questione di Greta non me ne frega assolutamente niente. Penso anzi che quelli che si appassionano alla questione non abbiano veramente a cuore il problema dell’impatto antropico sul nostro pianeta fatto sia di riscaldamento globale ma anche di ingiustizia globale tra paesi ricchi e paesi poveri.
Quello che invece mi dà molto fastidio è l’atteggiamento dei colleghi scienziati che prima che essere tali si comportano come dei semplici funzionari di fazione che usano in modo scorretto la loro Laurea in Scienze per poter portare “dati incontrovertibili” a sostegno della loro tesi sul Riscaldamento Globale sia “negazionista” sia di “palese evidenza”. Sappiamo bene quale sia la complessità del problema e che i dati a disposizione (dati non modelli) ci consentono si di fare modelli matematici, che però non vanno mai confusi con la realtà misurata, e i cui limiti di validità vanno sempre commisurati con le ipotesi di partenza e le assunzioni fatte. Trovo veramente scorretto millantare un credito facendo leva sul fatto che chi ascolta non ha competenze e può facilmente dare retta a uno che palesa titoli accademici o, peggio, credibilità massmediatica. Colleghi scienziati che tenete di più agli schieramenti cui appartenete e che fate “reverse engineering” con gli argomenti a favore scartando quelli contrari, per poter dimostrare la tesi che avete già sposato apriori, sappiate che non contribuite in questo modo a risolvere il problema dell’ inquinamento ma solo a fare un effetto grancassa a una polemica inutile e dispersiva. Per carità non mi parlate di cause che percentualmente incidono più di altre facendo credere che la scienza possa dare in queste condizioni verità assolute e non probabilistiche come normale nei sistemi statistici. In questo modo non fate un buon servizio né a risolvere il problema, né alla scienza e nemmeno a voi stessi.
A questo sfogo “generico” ne aggiungo uno più specifico su l’allarmismo e la previsione di sventure che ci attende se non modifichiamo immediatamente il modello di sviluppo globale. Ad esempio molti cosiddetti “esperti” prevedono l’inondazione imminente di molte città costiere. A queste previsioni è arduo dire che abbiano basi scientifiche sicure proprio perché non abbiamo una sufficiente comprensione di quello che sta veramente succedendo. Diciamo chiaramente che la Scienza non ha ancora un modello adeguato alla descrizione, e quindi alla previsione, della estrema complessità della Terra e della sua interazione col Sole in termini di effetti sull’atmosfera e sul suolo terrestri. Chi dice il contrario mente sapendo di mentire. Le previsioni di sventure, che storicamente in genere non si verificano mai, mi fanno pensare piuttosto a una strategia comunicativa o politica sapendo che, se sono in grado di spaventare qualcuno, questi è più propenso a dare credito e denaro a chi si propone come salvatore della patria.
Fatte tutte queste premesse il punto chiave è capire se i cambiamenti climatici sono prodotti dall’uomo o seguono una ciclica legge naturale. È su questo che la grancassa degli scienziati si scatena producendo confusione e sconcerto nella pubblica opinione. A chi ci rivolgiamo per avere dei dati di cui potersi fidare?
Ognuno si rivolga a chi vuole ma a me sembra opportuno rivolgerci all’ IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) creato dall’ONU specificatamente per studiare e informare su questo argomento. Come detto in questo campo nessuno ha la Verità Assoluta in mano ma questo pull di studiosi internazionali è sicuramente serio e ben motivato. Tra le tante informazioni prodotte nel suo ultimo “Special Report: Global Warming of 1.5 °C” in cinque Capitoli più un Glossario troviamo che la risposta risulta affermativa, cioè che esiste una correlazione tra l’aumento della presenza di CO2 dovuta ad attività antropiche e l’aumento (su scala globale e mediata) del riscaldamento del pianeta. Questo risultato è in evidenza nel grafico che segue e che è stato tratto dallo Special report del IPCC:

Questo dato, fuori da ogni allarmismo, ci spinge comunque a dover in qualche modo limitare le emissioni antropiche di CO2 e a interrogarci sul nostro attuale modello di sviluppo post industriale e sull’utilizzo di fonti di energia alternative ai combustibili fossili. Il grafico che ho presentato riporta un effetto (le emissioni antropiche di CO2) che deriva direttamente dai poderosi impianti industriali di ogni tipo che bruciano combustibili fossili in ogni parte del pianeta per produrre beni di consumo che alimentano i vari mercati nazionali. Questi impianti sono a un tempo causa ed effetto dei nostri stili di vita basati principalmente sul consumo indiscriminato di beni e servizi per la maggior parte completamente superflui. L’aggravante di questo è un meccanismo di feedback che alimenta se stesso nel senso che il modello di sviluppo basato sul consumo produce una quantità enorme di rifiuti e immondizia che alimenta il circolo vizioso dei consumi in un vortice senza speranza. Il 40% del cibo che compriamo al supermercato non viene consumato ma buttato nell’immondizia, il 17% della frutta prodotta non viene neanche presentata al supermercato perché “brutta” e considerata invendibile, il 20% del costo di un qualsiasi prodotto che compriamo é il “packaging” cioè l’involucro con cui è incartato, frutto di costose ricerche di marketing, e viene immediatamente buttato nel secchio appena comprato il prodotto! La lista può essere lunga quanto si vuole.
Qui si l’allarmismo ci vuole e va sottolineato.
Ma possibile che su questo, cioè sulla necessità di cambiare stile di vita tagliando drasticamente il superfluo di ciascuno, non esista una straccio di Greta Thunberg o anche un Cretino qualsiasi che si faccia ricevere dal Papa e che parli all’ONU?
Io credo fermamente che una autoregolamentazione cosciente dei paesi occidentali con insieme i paesi emergenti nel limitare le emissioni di CO2 sia totalmente illusoria. Di fatto non esiste un organismo di verifica e controllo in grado di farsi ubbidire. Chi tiene la rotta è sempre e comunque l’interesse economico delle nazioni e dei grandi gruppi industriali.
La via da seguire è un’altra e deve partire dal basso. Penso che come sempre è avvenuto nelle grandi rivoluzioni la presa di coscienza è prima individuale e poi scala sui gruppi e poi, via via, ai gruppi più grandi e cosi via. Sui consumi bisogna ragionare con semplicità: prima i bisogni primari per tutti (la casa il lavoro e la sopravvivenza decorosa e minima). Poi che venga anche il giusto superfluo per tutti. Diciamo che, fatto 100 il necessario, con il superfluo si possa arrivare a 150. Ma oggi abbiamo famiglie che hanno più auto del numero dei partecipanti al nucleo, tre telefoni a testa, casa al mare e in montagna ecc ecc. Il superfluo arriva a 500 o 600 per un enorme numero di individui. Pensando che così facendo si sottraggono bisogni primari a qualcun’altro non sbagliamo se parliamo di comportamento immorale.
E poi una volta cambiato stile di vita anche i grandi gruppi industriali, calata la domanda su alcuni prodotti per “obiezione di coscienza” dei consumatori, smetterebbero di produrre all’impazzata e quindi le emissioni di CO2 potrebbero cominciare a diminuire.
Utopia? Si forse si, ma credo che andrebbe tentata seriamente.
E poi tutti sappiamo che oltre alle sorgenti di CO2 esistono anche i “pozzi” di CO2 cioè i luoghi nei quali tali molecole vengono riassorbite e cioè gli alberi e le piante verdi. Quindi oltre alla sensibilizzazione verso la limitazione delle emissioni dovrebbe seguire anche una analoga per la necessità di riforestare e piantare nuove zone boschive.
Il polmone verde è di tutti, le risorse naturali sono di tutti e la Terra è di tutti. Quello che grida vendetta è che per l’opulenza sfrenata di un terzo della popolazione bisogna affamare i restanti due terzi e, per di più, danneggiare gravemente l’ambiente dei tre terzi. Questa è follia allo stato puro.

 

 Nicola Sparvieri (Roma, 1959), sposato, nove figli, vive e lavora a Roma. Laurea in Fisica. Per interesse ed esperienze personali segue le vicende del cattolicesimo nelle sue relazioni con la Scienza e la Società. Ha un blog



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