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L’urgenza è «che il conflitto finisca: il popolo libanese non lo vuole. Non fa bene alla gente di qui e di certo non fa bene alla regione». Padre Daniel Corrou, direttore del Jesuit refugee service (Jrs) per il Medio Oriente e il Nord Africa, parla con i media vaticani da Beirut, quando «dalla notte tra domenica e lunedì» in Libano si vive «un’escalation del conflitto», nel quadro degli attacchi statunitensi e israeliani sull’Iran e della risposta di Teheran su Israele e vari Paesi del Golfo. Fino ad allora nel Paese dei cedri era in corso, dal novembre 2024, un cessate-il-fuoco tra Israele e milizie filo-iraniane Hezbollah, ma anche oggi bombardamenti israeliani hanno preso di mira le aree di Aramoun e Saadiyat, situate appena a sud dell’aeroporto internazionale di Beirut, oltre che Baalbek ad est. È necessario, aggiunge il gesuita statunitense, «che la violenza cessi immediatamente», in un Paese che porta già le cicatrici della guerra, dell’esplosione al porto di Beirut del 2020, della crisi economica.
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