In cosa consiste il voto di povertà nell’Ordine Domenicano? – Amici Do…

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Fonte dell’articolo Amici Domenicani – Autore Padre Angelo Bellon op.

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Quesito

Buongiorno.
Spero che questa mia email la trovi bene.
Ho alcune domande per lei.
In cosa consiste il voto di povertà nell’Ordine Domenicano?
Quale è il grado di povertà vissuto nell’Ordine?
E come potrebbe un semplice laico o una qualsiasi persona realizzarlo nella propria vita?
La ringrazio molto per il servizio da lei offerto, che mi ricorda quello offerto dal Beato Raimondo alla sempre curiosa Caterina.


Risposta del sacerdote

 Carissimo,
1. i domenicani, come tutti i consacrati, emettono i voti di povertà di castità e di obbedienza.
Tuttavia, la povertà praticata nell’ordine di San Domenico ha caratteristiche proprie che derivano essenzialmente dall’obiettivo dell’Ordine.
A differenza degli ordini monastici, il nostro Ordine ha carattere apostolico e fin dall’inizio la nostra povertà si è distinta da quella dei monaci.

2. I monaci, in forza del voto di povertà, non possiedono nulla singolarmente, ma il monastero può possedere.
La loro vocazione non è apostolica. Per sostentarsi distribuiscono il loro tempo tra la preghiera e il lavoro. Vivono del loro lavoro manuale e per questo fin dall’inizio i monasteri e le abbazie si sono dotati di terreni e di possedimenti.

3. I domenicani invece, come anche i francescani, fin dall’inizio hanno voluto non soltanto non possedere personalmente, ma neanche comunitariamente.
Dinanzi alla gente che lasciava la chiesa cattolica per andare dietro agli eretici, perché i prelati vivevano nello sfarzo, San Domenico e San Francesco hanno voluto vivere come gli apostoli.
Vivevano di mendicità e di quello che la gente dava loro come ricompensa dei beni spirituali che ricevevano. Per questo sono chiamati ordini mendicanti.
Le ultime parole di San Domenico morente sono state queste: “Fratelli e figli miei, ecco i beni che vi lascio in eredità: abbiate la carità, conservate l’umiltà, possedete la povertà volontaria”.
Secondo Costantino d’Orvieto, testimone di quanto San Domenico ha detto dal letto di morte, San Domenico avrebbe addirittura parlato di “maledizione di Dio onnipotente e sua” su chi avesse indotto l’Ordine ad avere possessioni temporali.

4. Santa Caterina da Siena fa eco a quest’ultima affermazione riferendo quanto le ha detto l’Eterno Padre a proposito di San Domenico: “Se tu poi pensi alla navicella del padre tuo, Domenico mio figlio diletto, egli l’ha ordinata perfettamente, perché volle che i suoi attendessero solo all’onore mio e alla salvezza delle anime con lume della scienza. Su questo lume vuole porre il suo principio, non togliendo però la povertà vera e volontaria. Anzi, l’ebbe, e in segno di povertà e di odio per il suo contrario, lasciò per testamento in eredità ai suoi figlioli la sua maledizione, qualora essi possedessero o tenessero qualcosa per sé, in comune o in privato: segno che egli aveva eletta come sua sposa questa regina che è la povertà” (Dialogo della divina provvidenza, 158).

5. Tuttavia nel secolo 15º per volontà del Papa Sisto IV ci fu una svolta: venuto meno il fervore nella cristianità e conseguentemente anche la diminuzione delle elemosine, il Papa comandò agli ordini mendicanti di possedere comunitariamente per il loro sostentamento.
Da allora, tanto domenicani quanto i francescani hanno cominciato a possedere comunitariamente. Le loro case però sono sempre rimaste conventi. Non sono diventate monasteri o abbazie. Ciò significa che dovevano possedere solo in riferimento al loro sostentamento e ai bisogni del loro ministero.

6. Questo è lo spirito con cui i domenicani sono chiamati a praticare oggi la povertà evangelica.
Ne rende testimonianza quanto è scritto nelle loro Costituzioni a proposito del capitolo sulla povertà.
Ecco che cosa si legge:
“32,1. Perciò con la nostra professione promettiamo a Dio di non possedere nulla per un diritto di proprietà personale, ma di avere tutto in comune e di servirci delle cose materiali per il bene comune dell’Ordine e della Chiesa, secondo le disposizioni dei superiori.
32,2. Perciò nessun frate può ritenere come propri beni denaro o proventi, qualunque ne sia la provenienza, ma deve consegnare tutto alla comunità.
32,3. Anzi, neppure nella comunità sia tollerato l’accumularsi di beni comuni che non siano necessari al fine dell’Ordine o al ministero che esso deve svolgere, in quanto essi contrastano con la povertà che tutti, singolarmente e come membri della comunità, hanno promesso.

33.  Dato che la povertà costringe tanti uomini a una dura fatica per ottenere un vitto scarso, i nostri frati ne diano una pubblica ed efficace testimonianza collettiva lavorando instancabilmente nel loro incarico apostolico, vivendo sobriamente della mercede spesso incerta e dividendo i loro beni con quelli che sono più poveri di loro.

34,1. I  frati non vadano in cerca delle novità o delle comodità della vita, ma in ogni cosa e dovunque vivano in maniera sobria.
34,2. Le singole province possono determinare, secondo le norme generali e lo spirito dell’Ordine, il modo di osservare la povertà tenendo conto delle circostanze di tempo, di ambiente, di persone e dei vari tipi di ministero”.

7. Questo anche a differenza delle congregazioni religiose nelle quali i soggetti rinunciano personalmente all’uso dei beni ma non al loro possesso. Continuano pertanto a possedere personalmente, ma non possono fare dei loro beni quello che vogliono. Ne possono usare solo dipendentemente dalla volontà dei loro superiori.

8. I laici, come ad esempio quelli appartenenti all’ordine domenicano in qualità di terziari, continuano a possedere e a usare dei loro beni liberamente, senza dipendere da nessuno.
Sono chiamati però a vivere nello spirito della povertà evangelica, staccati dalle ricchezze e vivendo per quanto possibile in maniera sobria.

Ti ringrazio molto, caro visitatore nelle Filippine, per quanto scritto al termine della tua mail.
Con l’augurio che io possa assomigliare di più al beato Raimondo e tu la Santa Caterina da Siena, ti benedico e volentieri ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

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P.Angelo Bellon op, docente di teologia morale.