I DIECI COMANDAMENTI Libro dell’Esodo 20,2-17 1 di p. Maurizio Buioni

comandamenti esodo

Chiedo scusa per il ritardo Padre. Le cose belle sono nascoste e solo da poco tempo ho letto il tuo messaggio che chissà per quale mistero non è arrivato nella mia email, ma è scritto in una pagina nascosta del sito. Un testo così grande non può restare nascosto, ti ringrazio perché hai pensato al mio umile sito. Prega per me Padre, e per questa opera di evangelizzazione che indegnamente sto cercando di portare avanti.

Dio ti benedica, oggi dedicherò una preghiera a te!

Ricevo e pubblico questo stupendo testo di P. Maurizio Buioni.

  1. Non avrai altro Dio all’infuori di me
  2. Non nominare il nome di Dio invano

  3. Ricordati di santificare le feste

  4. Onora il padre e la madre

  5. Non uccidere

  6. Non commettere atti impuri

  7. Non rubare

  8. Non dire falsa testimonianza

  9. Non desiderare la donna d’altri

  10. Non desiderare la roba d’altri

I NON AVRAI ALTRO DIO ALL’INFUORI DI ME È scritto nel libro dell’Esodo: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi” (Libro dell’Esodo 20,2-6).

Nel primo comandamento Dio ci chiede il nostro amore reverenziale, dovuto alla grandezza della sua maestà divina e alla povertà della nostra natura umana. Troppe volte, infatti, ci dimentichiamo di rendere culto a Dio, noi che ci crediamo dèi; mentre in realtà, se non abbiamo lo spirito vivificato dalla grazia, siamo solo polvere (Vangelo di Giovanni 6,63). Sempre dobbiamo dire: “Non abbiamo altro dio all’infuori di Te, Signore”. Dircelo mattina e sera, a mezzogiorno e a mezzanotte, quando mangiamo e quando beviamo, quando ci corichiamo e quando ci svegliamo, quando lavoriamo e quando riposiamo. Nella salute e nella malattia, nel dolore e nella gioia, nella giovinezza e nella vecchiaia, nella compagnia e nella solitudine, nell’impiego e nello svago. Sempre! (Libro del Deuteronomio 6,6- 7). Dall’umile filo d’erba alla più splendida stella, dal misero granello di polvere all’immensità dello spazio, dalla mattutina goccia di rugiada alla grandezza dei mari, tutto canta: “Io sono il Signore, tuo Dio”. Non vi è attimo del giorno in cui Egli non faccia risuonare queste parole, poiché l’universo è frutto del suo amore creativo: “Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui” (Lettera di San Paolo ai Colossesi 1,17).

La Divina Presenza soffia nella voce dell’aria, canta nel gorgoglio dell’acqua, profuma nell’odore dei fiori, s’incide sui pendii dei monti, s’innalza nel turbine dei venti; sussurra, parla, chiama, rimprovera, illumina, insegna, assiste, ama. Anche nella coscienza, che è in ogni persona, Dio alza la sua voce e proclama: “Io sono il tuo Signore e il tuo Dio! Non questo oro che adori, questo corpo che nutri, questa donna che ami, questo cibo che mangi, questo lavoro che produci, questo potere che sfrutti, questa persona che conosci, questo padrone che servi, questo tempo che usi, questo mondo che abiti”: “Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra, perché io sono Dio; non ce n’è altri” (Libro del profeta lsaia 45,22). Il denaro, il corpo, il cibo, la bevanda, il sesso, non sono Dio! Il lavoro, il successo, le opere del genio umano, il progresso, la tecnica, il mondo, non sono Dio! Il benessere, le proprietà, gli affari, il potere, la cultura, l’affermazione di sé, la salute, non sono Dio! Uno solo è il Signore: Colui che ci ha dato questa vita materiale per meritarci la Vita che non muore; Colui che ci ha dato vesti, cibo, lavoro, affetti, dimora, capacità e ogni cosa; Colui che ci ha dato l’intelligenza per capire, la volontà per volere, la libertà per scegliere; Colui che ci ha dato la facoltà di amare e la gioia di essere amati; Colui che ci ha dato la vocazione di essere santi e la grazia di essere salvati.

Il primo comandamento ci permette di essere simili a Dio: “Voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo” (Salmo 81,6; Vangelo di Giovanni 10,34), ma solo se osserviamo la sua legge e viviamo nel suo amore. Se infatti ci creiamo un nostro regno in cui vivere e godere, perdiamo il regno vero e ci priviamo della grazia. Poiché non si può servire insieme l’errore e la verità, la morte e la vita, la luce e la tenebra, il bene e il male, il peccato e la virtù (Vangelo di Matteo 6,24). Difficilmente chi non si tiene unito a Dio con costanza e preghiera saprà rimanere libero dagli dèi del mondo! Se invece lo ameremo, riconoscendolo come nostro Signore, non peccheremo, perché chi ama non vuol dare dolore all’amato. Inoltre, riconoscere Dio come nostro unico Signore è un segno di fede e di umiltà, virtù che portano alla salvezza: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Vangelo di Matteo 5,3), “Chi si umilia sarà esaltato” (Vangelo di Luca 18,14), “Chi crede ha la vita eterna” (Vangelo di Giovanni 6,47). Non alziamo altari a dèi non veri come fece il popolo d’Israele! (Libro dell’Esodo 32,31)! Non andiamo in cerca di teorie e religioni diverse da quelle proposte dalla fede cattolica! Non ricorriamo a cartomanti ed a pratiche superstiziose contrarie alla fede! Ma fidiamoci del Signore nostro Dio, a Lui solo ubbidiamo e Lui solo adoriamo sull’altare vivo del nostro cuore. Gesù ha detto: “Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai” (Vangelo di Luca 4,8).

Come afferma il Catechismo: “Adorare Dio è riconoscere, nel rispetto e nella sottomissione assoluta, il nulla della creatura, la quale non esiste che per Lui. Adorare Dio è, come Maria nel Magnificat, lodarlo, esaltarlo e umiliare se stessi, confessando con gratitudine che egli ha fatto grandi cose e che santo è il suo nome. L’adorazione del Dio Unico libera l’uomo dal ripiegamento su se stesso, dalla schiavitù del peccato e dall’idolatria del mondo” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2097). Proprio sul dovere di mettere sempre il Signore al primo posto e di osservare la sua legge, un giorno una persona domanda a Gesù: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Prima di rispondere Gesù gli ricorda che “solo Dio è buono”, perché è il bene in assoluto e la sorgente di ogni bene. Poi gli dice: “Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre” (Vangelo di Marco 10,17-19). Similmente a un dottore della legge che gli chiede qual è il più grande comandamento, Gesù risponde: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti” (Vangelo di Matteo 19,16-17, 22,36-40).

È sempre Dio il fine di ogni azione e il senso di ogni fine. Egli sta sempre di fronte a noi! È il nostro Creatore. Il nostro Salvatore. Colui che ci ama. L’origine, il senso e il fine della nostra vita. Chi accoglie la sua parola vivrà per sempre: “Se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte” (Vangelo di Giovanni 8,51). Perciò abbiamo il dovere di accettare Dio come nostro Salvatore, di accogliere le sue parole e di aderire ai suoi comandi, riconoscendo la sua buona Autorità e la sua autorevole Bontà. Ecco perché, nella Bibbia, Dio inizia e conclude sempre i suoi interventi con la formula: “Io sono il Signore!” (Libro dell’Esodo 6,8; 12,2; Libro del Levitico 18,5; 19,18.37, Libro del profeta lsaia 42,8; 43,11; 45,5; Catechismo della Chiesa Cattolica 2086). L’amore di Dio è messo al primo posto, perché senza il Signore non siamo nulla e non possiamo far nulla (Salmo 38, 6, Libro del profeta lsaia 40, 6, Vangelo di Giovanni 15,5-6; Lettera di San Paolo ai Romani 14,7¬8).

II NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO È scritto: “Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano” (Libro dell’Esodo 20,7). Si nomina invano il nome di Dio quando si bestemmia, quando si impreca contro il cielo, quando si usano parole irriverenti e scandalose contro Dio, la Madonna, i santi e gli angeli, oppure semplicemente quando si parla del Signore con leggerezza, ironia, mancanza di rispetto. Ma si nomina invano il nome di Dio anche quando ci si comporta in modo contrario alla legge del Vangelo. Può, infatti, dire un figlio al padre: “Ti voglio bene, ti onoro, ti servo con amore”, se poi lo rattrista e lo offende con le opere? Non è dicendo: “Signore, Signore” che si ama Dio, ma nel compiere le sue opere: “Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?” (Vangelo di Luca 6,46); “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Vangelo di Matteo 7,21); “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità” (Prima Lettera di Giovanni 3,18); “Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi” (Lettera di Giacomo 1,22); “Se uno mi serve, il Padre lo onorerà” (Vangelo di Giovanni 12,26); “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Vangelo di Matteo 5,16). Risplenda la nostra luce! Ecco il modo migliore per dare gloria al Signore. Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!” (Libro dell’Esodo 3,14).

“Io sono colui che è, colui che ama, colui che salva”. Il Nome del Signore è Santo, come è Santa la sua Persona. Il Nome del Signore è Potente, Venerabile, Benedetto, Sacro, perciò dev’essere pronunciato con fede e amore, con rispetto e castità, con devozione e riconoscenza. Allora quel Nome diventa una forza e una difesa, poiché chi mette Dio a sigillo delle proprie azioni non può commettere azioni contro Dio, ma testimonia il suo amore con la vita e la parola. Chi invece sfoga la propria rabbia con il nome dell’Altissimo sulle labbra, attribuisce al Signore il male che lo adira. E così ogni bestemmia diventa anche una grossa menzogna. Ecco ciò che fa la differenza e che muta il sacrilegio in culto: invocare Dio per mettere in fuga Satana e chiedere aumento di grazia contro le potenze del male. Nominarlo così non è peccato, anzi diventa occasione di bene e di crescita spirituale. L’uomo, infatti, viene perdonato se sorgono in lui il pentimento e la volontà di non peccare più. È detto nella Genesi che il Serpente tentò Eva nell’ora in cui il Signore non passeggiava nell’Eden (Libro della Genesi 3,1-8). E perché era assente? Perché non era chiamato. E non era chiamato perché non c’era volontà di chiamarlo. Dio sarebbe venuto e il demonio sarebbe fuggito, poiché invocare Dio è supplica che scaccia il peccare e preghiera che dispone ad amare. Pronunciamo bene il nome di Dio!

Con la parola e con il cuore, col pensiero e con gli atti, con tutto noi stessi. Senza ipocrisia e interessi personali, nocivi a noi e al prossimo nostro. Per non sentirci soli, per chiedere aiuto, per supplicare perdono: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me!” (Vangelo di Marco 10,47). Pronunciare bene il nome di Dio è nominarlo con venerazione e con il timore di offenderlo. Riconoscere, senza dubitare, la grandezza della sua Santità e onorare, senza offendere, la santità della sua Grandezza (San’Agostíno). Come è vero che “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato” (Atti deglí Apostolí 2,21; Lettera dí San Paolo aí Romani 10, 13), così è anche vero che chi bestemmierà il nome di Dio sarà condannato. Non sarà perdonato chi pecca contro lo Spirito Santo (Vangelo di Marco 3,28-29; Prima Lettera di Gíovanní 5,16-17), poiché chi rifiuta Dio rifiuta la Vita. È la fede che salva (Vangelo di Marco 10,52; 16,16, Atti degli Apostoli 16,31; Lettera di San Paolo ai Galatí 2,16). Ma come può aver fede chi bestemmia Dio con atti e con parole? Dove c’è il peccato non ci può essere fede. Nominiamo santamente il nome di Dio con la castità delle nostre buone parole e con la luce delle nostre opere buone!

III RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE Il terzo comandamento dice: “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro” (Libro dell’Esodo 20,8-11). Il giorno di sabato era, ed è tuttora, per il popolo d’Israele il giorno consacrato al Signore: giorno di assoluto riposo per dedicarsi esclusivamente al culto di Dio, con la lettura dei testi sacri e la preghiera. Per i cristiani il giorno del Signore non è più il sabato, ma la domenica, perché in questo giorno, “il primo dopo il sabato” (Vangelo di Giovanni 20,19), è risuscitato Gesù ed è iniziata una nuova era.

La risurrezione, infatti, è la vittoria di Cristo sulla morte, la sconfitta di Satana, il compimento delle Scritture. La domenica ci dà l’occasione di compiere l’opera di Dio e di credere in Colui che Egli ha mandato (Vangelo di Giovanni 6,29). Contro la tentazione di amare solo noi stessi e di credere perduta ogni ora che non sia dedicata a produrre ricchezza e ad accontentare il corpo, ci viene offerta una sosta che ci dà modo di pensare a Dio, a noi stessi, alla famiglia, al prossimo, alla nostra vocazione cristiana. Infatti, come afferma Gesù nel Vangelo, ciò che conta nella vita è salvare la nostra anima: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?” (Vangelo di Marco 8, 36) . Non è perdere tempo usare il tempo per Dio, anzi è guadagnarlo. Perché chi ci ha dato la vita e ce la mantiene? Chi ha fatto il mondo su cui viviamo e tutte le cose a nostro servizio? Ricordiamo le parole di Gesù: “Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? Se dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate del resto?” (Vangelo di Luca 12,25-26); “Non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello… Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!…

Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Vangelo di Matteo 5,36, 10,30-31; 10,39). Spendere tempo per il Signore è guadagnare l’eternità. Chi ama Dio ama se stesso, perché il Signore è la Vita. “Perdere tempo” per Dio è guadagnarlo, perché il Signore ci ottiene la vita eterna, ci mantiene quella terrena e ci dà l’intelligenza per spenderla bene. Chi ama Dio, infatti, oltre ad assicurarsi la vita del cielo, riceve quella divina sapienza che lo aiuta a non perdere tempo per cose inutili o dannose, e quindi ad avere più tempo per le cose buone e immortali. Dio si riposò il settimo giorno dopo aver compiuto la creazione (Libro della Genesi 2,2-3), insegnandoci a imitarlo ed a ubbidire al suo ordine d’amore. È un comando salutare, sia per il corpo che per lo spirito. Riposano gli animali dopo il lavoro, riposa la terra dopo il raccolto, riposa la natura dopo la buona stagione. Dio sa che siamo fragili e che, nello sforzo continuo, il cuore si ammala. Perciò provvede ai nostri bisogni, esortandoci a non affannarci troppo per le cose di questo mondo (Vangelo di Matteo 6,25-34) e a saper consumare il tempo che ci è dato in modo proficuo e ordinato. Gli affanni della terra, quando sono eccessivi, sono un pericolo e possono creare effetti sempre più negativi. È per questo che Dio ci educa alla saggezza per mezzo della sua sapiente e amorosa Parola. I suoi comandi non limitano la nostra libertà, ma anzi la espandono e la conducono nella direzione giusta, verso la fonte della vita, dell’amore, della pace, della gioia. Il Signore vuole la nostra salute, anche quella corporale. Se, da Adamo in poi, fossimo rimasti suoi veri figli, non avremmo conosciuto le malattie.

Queste, infatti, insieme al dolore e alla morte, sono frutto del peccato e germogliano le une dalle altre. Così è imprudenza colpevole il volersi forzare a continua attività per guadagnare sempre di più, come è un errore il voler godere oltre misura non accontentandoci dei beni che abbiamo. Al riguardo disse Gesù ad un uomo avaro e materialista: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio” (Vangelo di Luca 12,20-21). Dobbiamo perciò sospendere i nostri lavori in giorno di festa, quando ciò è possibile, per non dimenticarci del Signore, che è il bene della nostra anima e l’anima del nostro bene. Infatti, chi perde Dio perde tutto e cade nella più assoluta povertà. La pausa domenicale, oltre a favorire un giusto riposo corporale ed essere un mezzo di amore soprannaturale, costituisce anche un impegno a favore della famiglia, nell’educazione dei figli, nell’affetto verso la sposa o lo sposo, nell’assistenza ai genitori, nelle relazioni sociali. Insegna il Catechismo: “L’istituzione del giorno del Signore contribuisce a dare a tutti la possibilità di godere di sufficiente riposo e tempo libero che permetta di curare la vita familiare, culturale, sociale e relígiosa” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2184). La domenica è soprattutto il “Giorno del Signore”, il “Dies Domini”, da santificare con la preghiera, l’ascolto della Parola, la riflessione personale, la carità fraterna, il culto della Messa, il nutrimento dell’Eucarestia.

È il giorno che celebra la risurrezione di Cristo, il giorno solenne dell’assemblea cristiana in cui Gesù spezza ancora il pane con noi e ci comunica il suo amore. È l’incontro con la Persona che amiamo e dal quale siamo amati, poiché nell’Eucarestia Gesù ci dà veramente il suo Corpo, il suo Sangue, la sua Parola, il suo Spirito, la sua Anima, la sua Divinità. È il giorno della fede in cui comprendiamo che cosa dobbiamo fare per avere la vita eterna. Santo è il lavoro, più santa è la famiglia, Santissimo è Dio. La domenica è il “giorno del Signore”, poiché Cristo è “il Signore del giorno”. È Lui che dà senso alla nostra vita, la mantiene, la promuove, la santifica, la compie.

IV ONORA IL PADRE E LA MADRE Nel quarto comandamento è detto: “Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio” (Libro dell’Esodo 20,12). Onorare il padre e la madre è il primo comandamento della seconda tavola di Mosè. Dopo l’amore verso Dio, che è l’opera più importante per l’uomo, la Bibbia ci comanda l’amore verso chi ci ha generato e verso gli altri componenti della famiglia. L’amore verso i genitori è messo al primo posto nella lista dell’amore al prossimo, perché essi sono il prossimo più prossimo a noi. Vano sarebbe voler bene alle persone lontane, dimenticandoci di quelle vicine (Libro del profeta lsaia 58,7). I genitori meritano il nostro amore più di ogni altro. Hanno diritto di essere amati in modo speciale, perché ci hanno dato la vita e ci offrono la propria. Sono infatti designati ad essere i nostri fedeli benefattori, i nostri primi maestri, i nostri veri amici, chiamati ad aiutarci nel cammino della vita con le loro risorse, la loro esperienza e il loro amore. Come dice la Bibbia: “Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticare i dolori di tua madre.

Ricorda che essi ti hanno generato; che darai loro in cambio di quanto ti hanno dato?” (Libro del Siracide 7,27-28). “Onora il padre e la madre”. I genitori si onorano amandoli, rispettandoli, non facendoli soffrire, ubbidendo a loro in tutto ciò che è bene, preoccupandoci di non causare loro dispiaceri. Si onorano rendendoli orgogliosi di avere dei figli stimati, buoni, generosi, fedeli, onesti, capaci, santi. Si onorano onorando Dio. Infatti, dal giovane che onora Dio e osserva le sue leggi, i genitori ne ricevono lode e beneficio. Ciò vale anche per la comunità sociale in cui viviamo e per la nazione a cui apparteniamo. Voler bene al padre e alla madre è una gioia, perché chi ama è benedetto dal Signore: “Onora tuo padre e tua madre. È questo il primo comandamento associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra” (Lettera di San Paolo agli Efesini 6,2-3). Facendo il bene ne gode il corpo e anche lo spirito, poiché dove c’è il Signore vi è ogni genere di grazia.

Chi onora i propri genitori espia i peccati e accumula tesori celesti: “Il Signore vuole che il padre sia onorato dai figli, ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi onora il padre espia i peccati; chi riverisce la madre è come chi accumula tesori. Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi riverisce il padre vivrà a lungo; chi obbedisce al Signore dà consolazione alla madre” (Libro del Siracide 3,2-6). È Dio il supremo Creatore che forma le anime e che permette il nascere di una vita. Ma sono i genitori che, con amore e sacrificio, ci aiutano nel cammino della vita, dandoci i necessari aiuti materiali e morali per un’esistenza dignitosa e serena. Quanto più si sforzano di amare Dio con tutto il cuore, tanto più trasmettono ai figli non solo la vita fisica ma anche quella spirituale. Il padre e la madre vanno amati sempre. Anche quando, per malattia o vecchiaia, non possono più amarci come vorremmo. Anzi, più loro hanno bisogno di noi, più noi dobbiamo aver cura di loro. Dice la Bibbia: ‘Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Anche se perdesse il senno, compatiscilo e non disprezzarlo, mentre sei nel pieno vigore. Poiché la pietà verso il padre non sarà dimenticata, ti sarà computata a sconto dei peccati. Nel giorno della tua tribolazione Dio si ricorderà di te; come fa il calore sulla brina, si scioglieranno i tuoi peccati.

Chi abbandona il padre è come un bestemmiatore, chi insulta la madre è maledetto dal Signore” (Libro del Siracide 3,12-16). Il vero figlio si riconosce nel momento in cui il genitore ha bisogno di lui. È una responsabilità che non bisogna sfuggire. Così insegna anche il Catechismo della Chiesa: “Il quarto comandamento ricorda ai figli divenuti adulti le loro responsabilità verso i genitori. Nella misura in cui possono, devono dare loro l’aiuto materiale e morale, negli anni della vecchiaia e in tempo di malattia, di solitudine o di indigenza” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2218). Genitori e figli costituiscono la famiglia nella quale ognuno dovrebbe trovare una sicurezza, un affetto, un aiuto, una ragione, una speranza, un futuro. Perciò, al dovere dei figli di onorare i propri genitori, corrisponde il dovere dei genitori di amare i propri figli: “Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto… E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore” (Lettera di San Paolo agli Efesini 6, 1. 4). Essere dispensatori di una vita è una missione di grande responsabilità. È un talento che non bisogna sprecare (Vangelo di Matteo 25,14-30).

Le anime innocenti dei nostri cari non devono morire nello spirito e perdersi nel peccato. È soprattutto la bellezza spirituale dei figli quella che i genitori devono curare. Il bene completo e perfetto della famiglia dev’essere sempre la prima preoccupazione dei genitori. La mamma, per un figlio, è la prima immagine della sposa che egli vorrebbe per sé. Il padre, per una figlia, ha il volto dello sposo che ella ha sempre sognato. Perciò è importante che i genitori siano testimoni autentici di amore, di maturità umana e spirituale, di fede, di simpatia, di gioia, di semplicità. Purtroppo può capitare che i figli rappresentino il fallimento spirituale dei genitori. Dai frutti, infatti, si riconosce l’albero (Vangelo di Luca 6,43-45). Tuttavia non sempre è così. A volte da genitori santi possono nascere figli cattivi, e viceversa. Ciò accade perché la libertà personale è sacra ed ognuno è responsabile delle sue azioni. Ma il bene, prima o poi, porta frutto in questa o nell’altra vita: “Chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio… Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Vangelo di Giovanni 3,21; 15,5). Non rimane in piedi una famiglia senza le fondamenta della fede e dell’amore. E non dura un regno se è diviso in se stesso (Vangelo di Marco 3,24¬25, Vangelo di Matteo 7,24-27). Dove c’è amore e timor di Dio c’è grazia: vita e benedizione nella casa che teme il Signore! (Libro dei Proverbi 3,33).

V NON UCCIDERE Quinto comandamento: “Non uccidere” (Libro dell’Esodo 20,13). La vita è il dono più prezioso che il Signore ha dato all’uomo. Gli è stata affidata come un capitale da investire, per produrre frutti di vita eterna (Parabola dei talenti: Vangelo di Matteo 25,14-30). La vita ha un valore immenso che solo l’uomo terreno possiede, non gli angeli celesti poiché essi non hanno corpo. Attraverso il tempo della prova l’uomo ha la possibilità di guadagnarsi l’eternità della gloria. Solo Dio ha il potere sulla vita e sulla morte. Uccidere è una mancanza di giustizia e di amore, sia nei riguardi del Padre che ama le sue creature, sia nei riguardi delle creature che sono amate dal Padre. Dice il Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato” (Libro del profeta Geremia 1,5); declama il Salmo 138: “Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno” (Salmo 138,15-16); insegna il Catechismo: “Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2258). Uccidere è mancare all’amore. Mancanza di amore verso Dio, al quale viene tolto il diritto esclusivo su ogni vita. Mancanza di amore verso il prossimo, uccidendolo corporalmente, moralmente o spiritualmente.

Mancanza di amore verso se stessi, privandosi della grazia: “Tutto ciò che è contro la vita stessa, come qualunque genere di omicidio, genocidio, aborto, eutanasia e il suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, il tentativo di violentare perfino gli animi, tutto ciò che offende la dignità personale; tutte queste cose e altre simili sono vergognose e, mentre degradano la civiltà umana, deturpano più quelli che così si comportano che coloro che subiscono l’ingiustizia, e sono gravemente contrarie all’onore del Creatore” (Concilio Vaticano II, La Chiesa nel mondo contemporaneo 27,3). “Chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio” (Vangelo di Matteo 5,22). Non si uccide solo nel corpo, ma anche nel morale. Si uccide con la maldicenza, quando si infrange la stima di una persona e si rovina il suo buon nome. Si uccide con la calunnia, con l’odio, l’invidia, la beffa, il disprezzo, l’inganno, l’offesa, la condanna, lo spergiuro, la critica, la derisione, il dispetto, la vendetta, la superbia, la cattiveria, l’ira, il tradimento, l’abbandono, l’omertà: “Dall’interno, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo” (Vangelo di Marco 7,21-23). Dio ci chiederà conto della vita altrui: “Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello” (Libro della Genesi 9,5).

Non uccide solo la spada, ma anche il “veleno”. Uno dei più gravi peccati contro il quinto comandamento è l’aborto. Esso, come l’adulterio, non grava solo sulla coscienza di chi lo commette, ma anche sulla volontà di chi lo provoca, donna o uomo. L’aborto è tanto grave, perché non solo si infierisce su una vita innocente, ma anche su chi non può difendersi. L’aborto è peccato di omicidio, di superbia, di avarizia, di lussuria, di ira, di gola, di invidia, di accidia: tutti i sette vizi capitali sono presenti in questa grave piaga sociale. Superbia, perché non si rispetta la parola di Dio. Avarizia, perché si pecca di egoismo. Lussuria, perché si manca alla castità. Ira, perché si fa del male a chi è innocente e indifeso. Gola, perché si è ingordi di piacere. Invidia, perché si brama la libertà e il godimento altrui. Accidia, perché non ci si impegna nella virtù. Vi è un solo modo per non avere il peso di una gravidanza indesiderata senza offendere Dio, se stessi e gli altri: rimanere casti. Non si può unire lussuria a omicidio! Se Dio sarà benevolo verso chi cede per debolezza alla passione carnale, non lo sarà verso chi è cattivo contro un innocente. Il sangue del giusto, infatti, reclama giustizia al cospetto di Dio (Libro della Genesi 4,10).

È un peccato che grida vendetta al cielo: “Vendicherò il loro sangue, non lo lascerò impunito” (Libro del profeta Gioele 4,21). La vita è un diritto inviolabile: “La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l’essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2270). L’anima si congiunge alla carne nel momento in cui nasce una vita umana, perciò l’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto! (Vangelo di Marco 10,9). Se uomo e donna hanno sbagliato, concependo un figlio dalla loro passione, non deve subirne le conseguenze il nascituro. Nemmeno quando non vi è alcuna colpa nella donna, come nel caso della violenza carnale. Il Signore tiene conto delle giuste motivazioni, ma la vita è sacra e la persona intoccabile. Fare una scelta di amore è sempre la via migliore: chi sceglie l’amore, amerà la sua scelta. Dopo una breve difficoltà troverà la pace e lo sguardo benevolo di Dio. Ma se l’aborto non dev’essere assolutamente fatto quando il bambino è già in formazione avanzata, nemmeno dovrebbe essere provocato con quei sistemi che interrompono la gravidanza nei suoi primi istanti, come la spirale, la pillola del giorno dopo o altre tecniche e sostanze che interrompono la gestazione. Fare violenza ad una vita umana è una colpa mortale che addolora molto il Signore. Anche il suicidio è un grave peccato contro la vita. È un’offesa a Dio, al prossimo e a se stessi.

Dice il Catechismo: “Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel’ha donata. È lui che ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo gli amministratori, non i proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell’essere umano a conservare ed a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un’offesa all’amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2280-2281). Amare la vita – dono di Dio – è un dovere, tanto che chi si uccide è colpevole come e più di chi uccide; poiché colui che uccide manca alla carità di prossimo, ma può avere l’attenuante di una provocazione che lo dissenna, mentre chi si uccide manca contro se stesso e contro il Creatore che ha dato la vita per essere vissuta fino al suo richiamo. Il suicida dispera di avere un Padre e un Salvatore, nega la risurrezione e la vita eterna, nega ogni verità di fede: nega Dio. Può avere l’attenuante di una pazzia improvvisa, di una tremenda depressione, di uno stordimento provocato da alcool, droga, farmaci, o di altre gravi circostanze, ma ciò non può mai giustificare un atto così estremo. Fin che il Signore ci dona la salute non bisogna sciuparla con vizi, imprudenze e intemperanze. Essa è un dono da salvaguardare e da sfruttare per fare il bene: “La vita e la salute fisica sono beni preziosi donati da Dio. Dobbiamo averne ragionevolmente cura, tenendo conto delle necessità altrui e del bene comune” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2288). Anche il fumo, l’alcool, la gola, il troppo o il poco cibo, la droga, molti vizi corporali, il divertimento malsano, lo sport estremo, possono essere una forma di suicidio. La stessa imprudenza nella guida è una mancanza contro la vita propria e degli altri. Mantenere una velocità moderata, una giusta distanza di sicurezza, una tranquillità di guida, un’attenzione costante, è un dovere di carità e di rispetto dei diritti altrui.

Non bisogna mai aver fretta: “E’ meglio perdere un minuto nella vita che la vita in un minuto”. Come raccomanda San Paolo, bisogna essere temperanti in tutto (Prima Lettera di San Paolo ai Corinti 9,25), poiché di vita ce n’è una sola e quando è finita non ce ne sarà più un’altra. Essa è un capitale immenso che non bisogna sprecare. Un tesoro da custodire con amore e intelligenza, perché è uno strumento unico e irripetibile per meritarci la vita eterna: “Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che perseverando nelle opere di bene cercano gloria, onore e incorruttibilità” (Lettera di San Paolo ai Romani 2,6¬7). L’unico modo ammesso di perdere la propria vita è quello di viverla per il Signore: “Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Vangelo di Matteo 10,39). Un altro peccato contro il quinto comandamento, che si sta sempre più allargando nella società moderna, è l’eutanasia. È un’azione che tende a provocare la morte in un soggetto destinato a morire, allo scopo di porre fine al dolore. Può essere attiva o passiva. È attiva, quando si provoca la morte con l’iniezione di un veleno o con altri metodi indolori. È passiva, quando si tolgono dal paziente quelle cure o quegli strumenti che lo mantengono vivo. In entrambi i casi non è ammessa dalla morale cristiana, perché la vita è un dono di Dio e noi dobbiamo fare il possibile per evitare la morte. L’eutanasia, fatta soprattutto sugli anziani, costituisce un’offesa gravemente contraria alla dignità della persona e al rispetto del Dio vivente, Signore della vita (Catechismo della Chiesa Cattolica 2277). La vita è sacra ed è nelle mani di Dio. Anche se tutto sembra supporre una morte certa, poiché non c’è più speranza di guarigione, ricordiamo che Dio può compiere miracoli. Inoltre la sofferenza, per il cristiano, costituisce un prezioso strumento di espiazione personale e di santificazione universale. Oltre a quella corporale e morale, vi è anche un’altra vita che non bisogna violentare: quella dello spirito. Il delitto contro lo spirito avviene quando uno uccide la propria anima o quella altrui con la colpa mortale, annullando la grazia che ci rende figli di Dio. È questa una perdita senza misura (Vangelo di Marco 8,36-37), che se è ostinata e persistente non può essere perdonata né in questo mondo, né nell’altro (Vangelo di Marco 3,29, Prima Lettera di Giovanni 5,16-17).

L’atteggiamento che causa la perdita della grazia negli altri e li induce a compiere il male, si chiama “scandalo”. È una forma di omicidio, perché attenta alla virtù e alla rettitudine delle persone deviandole dalla santità (Catechismo della Chiesa Cattolica 2284). Gesù dice: “Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!” (Vangelo di Matteo 18,6- 7).

VI NON COMMETTERE ATTI IMPURI “Non commettere adulterio” (Libro del/’Esodo 20,14). La Bibbia usa questa espressione per indicare il peccato degli atti impuri, perché l’adulterio è la forma più grave di impurità sessuale. Infatti, chi mediante il divorzio lascia la propria moglie per un’altra donna, o il proprio marito per un altro uomo, viola l’ordine coniugale stabilito da Dio, crea disagio nelle famiglie, favorisce la corruzione nel mondo e macchia il proprio corpo di lussuria. Dice la Bibbia: “Non peccherai con la moglie del tuo prossimo per non contaminarti con lei” (Libro del Levitico 18,20), “La sua casa conduce verso la morte e verso il regno delle ombre i suoi sentieri. Quanti vanno da lei non fanno ritorno, non raggiungono i sentieri della vita… Si può portare il fuoco sul petto senza bruciarsi le vesti o camminare sulla brace senza scottarsi i piedi? Così chi si accosta alla donna altrui, chi la tocca, non resterà impunito. Non si disapprova un ladro, se ruba per soddisfare l’appetito quando ha fame; eppure, se è preso, dovrà restituire sette volte, consegnare tutti i beni della sua casa.

Ma l’adultero è privo di senno; solo chi vuole rovinare se stesso agisce così. Incontrerà percosse e disonore, la sua vergogna non sarà cancellata, poiché la gelosia accende lo sdegno del marito, che non avrà pietà nel giorno della vendetta; non vorrà accettare alcun compenso, rifiuterà ogni dono, anche se grande” (Libro dei Pro verbi 2,18-19; 6,2 7-35). L’impurità è una debolezza della natura umana causata dalla ferita del peccato originale, da quando Adamo ed Eva “si accorsero di essere nudi” (Libro della Genesi 3,7). AI peccato impuro è facile cedere, poiché la sessualità è uno stimolo fisico importante e un desiderio di piacere comune, che è difficile mantenere nei limiti consentiti dall’ordine morale. Lo stesso matrimonio cristiano, che è una scelta d’amore vissuta nella fede, cessa d’esser santo quando per malizia o interesse personale diviene infecondo. Il vero amore sponsale è, per sua natura, fedele e indissolubile (Libro della Genesi 2,24; Vangelo di Matteo 19,3-9).

Di conseguenza l’adulterio infrange il legame d’amore fra uomo e donna, voluto da Dio per un fine soprannaturale. Ma è adultero anche colui che, col suo modo di agire, mette nella condizione d’essere infedele l’altro coniuge: “Chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio” (Vangelo di Matteo 5,32). I concubini, cioè quelli che convivono senza essere sposati in chiesa, non possono commettere il peccato di adulterio, ma commettono un’infrazione che è permanente: quella di unirsi senza la benedizione del Signore. Chi infatti commette adulterio può avere l’attenuante di una debolezza casuale, dovuta ad una forte tentazione o al bisogno di un amore intenso. Chi invece convive è fuori dalla volontà di Dio e dimostra di non volersi ravvedere. Ama il suo partner, ma non perfettamente come vuole il Signore, cioè nel corpo, nell’anima e nello spirito. Tuttavia, siccome lo stato non sempre favorisce la tutela della famiglia con leggi giuste che impediscano il più possibile le separazioni, il male della convivenza ricadrà anche su coloro che lo causano, cioè su chi emette leggi sbagliate. Al giorno d’oggi, molti che hanno l’intenzione di sposarsi reclamano il “diritto alla prova”, cioè il diritto ad un’esperienza sessuale piena prima delle nozze, allo scopo di maturare meglio nella scelta che si intende fare. L’amore non ha bisogno di “prova” quando è autentico (Catechismo della Chiesa Cattolica 2391). È il fidanzamento, vissuto in armonia e senza fretta, il tempo migliore per capire se si è fatti l’uno per l’altra e se ci può essere amore vero: amore fisico, morale e spirituale. Uno dei peccati più gravi verso il sesto comandamento, origine di molte altre mancanze fra le quali anche l’aborto, è la lussuria, cioè la ricerca ingorda e disordinata del piacere corporale. Essa è uno dei sette vizi capitali ed è la causa di tutti gli atti impuri condannati dal Signore, cominciando dall’adulterio. L’aborto stesso, anche se è un peccato contro il quinto comandamento, è una forma grave di impurità sessuale originata dalla lussuria, poiché interviene con violenza contro il normale corso della maternità.

Vi sono poi altri tipi di violazione al sesto comandamento. Il divorzio: scioglimento giuridico del patto coniugale, in vista di una nuova unione. La separazione: rottura del matrimonio, che dispone a nuove nozze o esperienze. Il matrimonio civile: unione coniugale non benedetta dal sacerdote, cioè quando i due si sposano in comune. La convivenza: comunione di vita senza essere sposati né in chiesa, né in comune. La fornicazione: unione carnale fra uomo e donna non sposati. I rapporti prematrimoniali: atti sessuali completi tra fidanzati. Lo stupro: violenza sessuale ai danni di una persona indifesa. La pedofilia: abuso e sfruttamento dei minori a scopo di libidine. L’omosessualità: rapporto fra persone dello stesso sesso, che la Bibbia condanna con queste parole: “Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio” (Libro del Levitico 18,22). La prostituzione: vendita a pagamento di prestazioni sessuali. L’incesto: unione carnale fra componenti di una stessa famiglia (Libro del Levitico 18,6; Prima Lettera ai Corinti 5,1). La pornografia: diffusione di stampa e video indecenti. La masturbazione: eccitazione volontaria degli organi genitali per provare piacere. L’onanismo: atti sessuali incompleti per evitare la fecondazione (Libro della Genesi 38,4-10). La contraccezione: impedimento volontario al concepimento per motivi di interesse e voluttà.

Vi è dunque impurità quando si cerca il piacere carnale a tutti i costi, quando ci si spinge fra le braccia di una meretrice, quando nel matrimonio si compie l’atto sessuale senza ordine, quando si favorisce la separazione e il divorzio, quando si genera una convivenza. Impurità è dimenticare che “sesso” non vuol dire solo godimento, ma principalmente affetto, comunione, gentilezza, bontà, ascolto, sensibilità, comprensione, carità. La sessualità ordinata e santa, infatti, è immagine e conseguenza dell’amore di Dio per l’uomo (Libro del profeta Osea 2,21-22; Libro del profeta lsaia 62,3-5; Cantico dei cantici 4,9). Non tutti i peccati contro il sesto comandamento sono gravi nella stessa misura. La gravità dell’atto aumenta quanto più aumenta lo scandalo, il coinvolgimento di altre persone, lo sfruttamento altrui, la persistenza nel male, il disprezzo di Dio. Il peccato impuro solitario non è grave come la prostituzione, la fornicazione non è grave come la pedofilia, la convivenza non è grave come l’omosessualità, la separazione non è grave come il divorzio, i rapporti prematrimoniali non sono gravi come l’adulterio, l’adulterio non è grave come la pedofilia, la pornografia non è grave come lo stupro, la contraccezione non è grave come l’aborto. La gravità dipende anche dall’intenzione maligna che viene espressa nell’atto. Chi tradisce la propria moglie per debolezza di un momento, ma poi si pente con tutto il cuore, non è come chi divorzia dal coniuge con piena intenzione e volontà. Chi ha rapporti con la donna che ama, pur non essendo sua moglie, non è come chi va a prostitute.

L’impurità carnale è la via privilegiata di Satana per corrompere un’anima, poiché è la più facile. Perciò bisogna vegliare (Vangelo di Matteo 26,41). II sesso non è un male: “Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è immondo in se stesso” (Lettera di San Paolo ai Romani 14,14), ma può allontanare dalla fede e dalla devozione, corrompere corpo e anima, trascinare verso il piacere sfrenato, idolatrare la carne, rendere malvagi. Per questo San Paolo ci esorta ad astenerci dalle cose impure, per poter entrare nel regno dei cieli e non essere come i pagani che non conoscono Dio. L’apostolo ci insegna a vincere le passioni della carne, col tendere alla nostra crescita spirituale: “Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti. Si rendano invece azioni di grazie! Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro – che è roba da idolatri – avrà parte al regno di Cristo e di Dio. Nessuno vi inganni con vani ragionamenti: per queste cose infatti piomba l’ira di Dio sopra coloro che gli resistono. Non abbiate quindi niente in comune con loro. Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate ciò che è gradito al Signore, e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente” (Lettera di San Paolo agli Efesiní 5,3-11). Non si può essere vergini se non si è casti, ma si può essere casti anche se non si è vergini. La castità evangelica è di tutti. Rende capaci di amare in modo completo e santo, nel pieno dominio del corpo, del cuore e della mente. La purezza corporale e spirituale, infatti, ci rende simili a Dio e degni della sua presenza. Dice Gesù: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Vangelo di Matteo 5,8).

La libidine, invece, estingue la luce dello spirito e uccide la grazia. Senza luce e senza grazia l’uomo diventa un bruto e compie perciò azioni da bruto che generano disgusto, sprezzo di sé e del proprio partner, insoddisfazione, ira, turbamento di coscienza, agitazione. Il corpo umano è un magnifico tempio che racchiude un altare (Prima Lettera di San Paolo ai Corinti 6,19), sul quale dovrebbe esserci sempre il Signore. Non dobbiamo fare del “piacere” il nostro dio, altrimenti Dio non sarà il nostro “Piacere”. Come dice l’Apostolo: “Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio” (Prima Lettera di San Paolo ai Corinti 6,9 ¬10). Perciò: “Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri” (Lettera di San Paolo ai Romani 13,12-14); “Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio” (Prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi 4,3-5).

Non commettere atti impuri significa, in fondo, educarsi all’amore vero, all’amore che rispetta gli altri come figli di Dio, e se stessi come tempio dello Spirito Santo. La nostra sessualità, voluta dal Signore, è una potente fonte di energia, se viene vissuta in modo intelligente ed evangelico. Essa ci aiuta ad amare il nostro prossimo nella sua completezza umana e spirituale, ed è figura e anticipazione di quell’Amore che troveremo perfettamente appagato nell’eterna Luce del cielo.

VII NON RUBARE “Non rubare” (Libro dell’Esodo 20,15). I Comandamenti sono fonte di vita eterna, perché chi li osserva ha Dio in sé. Anche il settimo comandamento rientra in quei precetti necessari per avere la vita eterna. Leggiamo infatti nel Vangelo di Matteo: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso” (Vangelo di Matteo 19,17-19). Il furto è un’offesa alla giustizia e ancor più alla carità: “Il settimo comandamento proibisce di prendere o di tenere ingiustamente i beni del prossimo e di arrecare danno al prossimo nei suoi beni in qualsiasi modo. Esso prescrive la giustizia e la carità nella gestione dei beni materiali e del frutto del lavoro umano” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2401). Chi non ama non può entrare nel regno dei cieli. Ricordiamo le severe parole verso chi fu cattivo, scandite durante il giudizio finale: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato… In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me” (Vangelo di Matteo 25,41-43.45).

Il ladro non entrerà nel regno dei cieli: “Ogni ladro sarà scacciato via di qui” (Libro del Profeta Zaccaria 5,3). La carità è un ottimo sostegno per non mancare verso il settimo comandamento. Essa copre una moltitudine di peccati (Prima Lettera di San Pietro 4,8). Il furto non è solo di cose, di denaro, di proprietà, di lavoro. Esso può anche riguardare il pensiero, la libertà, il cuore, la fede, la pace, l’amore. Così è furto levare l’onore a un uomo, la dignità a una donna, la tranquillità a un familiare, la fede a un credente, l’innocenza a un bambino, la paternità o la maternità a un nato, la speranza a un anziano, la moglie a un marito, l’affetto a un bisognoso (Secondo Libro di Samuele 11,2-4). Lo stesso doppio lavoro, fatto per ingordigia di guadagno, diventa una violazione del settimo comandamento, perché in questo modo si toglie l’impiego a un disoccupato e viene sacrificato il tempo che andrebbe destinato alla moglie, ai figli, a se stessi, a Dio, agli altri.

Se abbiamo fatto un male a qualcuno, Dio ci ordina di riparare come possiamo al danno arrecato e di non farlo più (Vangelo di Giovanni 8,11). In questo modo otteniamo perdono dal Signore, perché c’è vero pentimento solo quando c’è buon proponimento. Così fece anche Zaccheo: “Se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto” (Vangelo di Luca 19,8). Come membri di una comunità civile ben organizzata, dove tutti usufruiscono dello stesso bene comune, abbiamo dei doveri anche verso lo stato pagando le tasse per i servizi pubblici che ci vengono offerti. Altrimenti creiamo disagio, ingiustizia, disordine, povertà. Come insegna il Signore, dobbiamo rendere allo stato ciò che è dello stato: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (Vangelo di Marco 12,17).

La nostra vita non dipende dai beni che abbiamo, ma dalla grazia che ci viene concessa. Perciò Gesù ci raccomanda di non attaccarci morbosamente alle cose materiali e di stare lontani dall’avarizia che è un furto verso chi è bisognoso: “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni” (Vangelo di Luca 12,15); “Procuratevi amici con la iniqua ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne” (Vangelo di Luca 16,9), parabola del povero Lazzaro (Vangelo di Luca 16,19-31). Ricordiamo che nulla abbiamo portato in questo mondo e nulla possiamo portare nell’altro. Usiamo ciò che possediamo, ma senza esserne posseduti: “Chi accumula ricchezze è il più povero dei poveri, perché non è padrone di se stesso: sembra un possessore, ma in realtà è dal denaro posseduto” (San t’An tonio di Padova). Come dice San Paolo: “L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali” (Prima Lettera di San Paolo a Timoteo 6,10). La ricchezza, quando è disonesta, causa sempre insoddisfazione nell’anima e danno nel corpo, poiché il denaro avuto ingiustamente è sempre speso malamente.

Chi ruba, infatti, è destinato a spendere per godere e a non godere ciò che spende. Sembra felice, ma in realtà ha il rimorso nell’animo e, come Giuda, vorrebbe liberarsi di quel denaro sporco (Vangelo di Matteo 27,5). Anche il disprezzo e lo spreco dei beni della creazione, come il danno ecologico e lo sfruttamento esagerato delle risorse naturali, sono da considerarsi un’offesa a Dio e al prossimo. È una verità della Chiesa che “il settimo comandamento esige il rispetto dell’integrità della creazione. Gli animali, come le piante e gli esseri inanimati, sono naturalmente destinati al bene comune dell’umanità. L’uso delle risorse minerali, vegetali e animali dell’universo non può essere separato dal rispetto delle esigenze morali. La signoria sugli esseri inanimati e sugli altri viventi accordata dal Creatore all’uomo non è assoluta; deve misurarsi con la sollecitudine per la qualità della vita del prossimo, compresa quella delle generazioni future, ed esige un religioso rispetto dell’integrità della creazione” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2415).

Chi ruba si deruba, poiché perde Iddio. Perciò: “Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno” (Lettera di San Paolo ai Romani 13,13) e non affanniamoci ad accumulare tesori sulla terra, perché nulla ci possiamo portare nella tomba. Aiutiamo invece chi ha bisogno, sia nelle necessità corporali che in quelle spirituali, procurandoci così un tesoro nel cielo: “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Vangelo di Matteo 6,19-21).

VIII NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA Ottavo comandamento: “Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo” (Libro dell’Esodo 20,16). La parola diventa falsa testimonianza quando arreca danno agli altri, come nel caso dei due anziani che accusarono ingiustamente la giovane e bella Susanna (Libro del profeta Daniele 13). Dice il Catechismo: “Il rispetto della reputazione delle persone rende illecito ogni atteggiamento ed ogni parola che possano causare un ingiusto danno” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2477). Chi dice il falso non resterà impunito: “Il falso testimone non resterà impunito, chi diffonde menzogne perirà” (Libro dei Proverbi 19,9). Non tutte le bugie sono gravi alla stessa maniera. La bugia è tanto più peccaminosa, quanto più nuoce al prossimo e offende Dio: “La gravità della menzogna si commisura alla natura della verità che essa deforma, alle circostanze, alle intenzioni del mentitore, ai danni subiti da coloro che ne sono le vittime. Se la menzogna, in sé, non costituisce che un peccato veniale, diventa mortale quando lede in modo grave le virtù della giustizia e della carità” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2484).

Quanto più la falsa testimonianza è contro il nostro prossimo, tanto più è maledetta dal Signore. Dio può anche comprendere e scusare una bugia a fin di bene, ma quando alla bugia è unita la malignità Egli diventa severo: “Sei cosa odia il Signore, anzi sette gli sono in abominio: occhi alteri, lingua bugiarda, mani che versano sangue innocente, cuore che trama iniqui progetti, piedi che corrono rapidi verso il male, falso testimone che diffonde menzogne e chi provoca litigi tra fratelli” (Libro dei Proverbi 6,16-19). Dio non sopporta il bugiardo e il maldicente. Non tanto per la gravità del peccato, quanto per la malvagità del peccatore. Infatti, quando il falso diventa crudele uccide una stima, una vita, una speranza, una innocenza. Non ha pietà del suo prossimo e gli nuoce per odio, per vendetta, per avidità, per paura, per invidia, per gelosia, per superbia, per disprezzo. Guai all’impostore che alla menzogna aggiunge la cattiveria! Ci sono anche le bugie cosiddette “buone”, fatte per coprire un male, per nascondere una verità che è bene tener segreta, per evitare un danno o tranquillizzare una persona. Esse sono innocue, ma non bisogna farne un’abitudine, per non perdere fiducia e credibilità.

Come, infatti, si può credere a uno che dice sempre bugie? La bugia è sempre un difetto ed è bene eliminarla il più possibile, perché: “Il testimone vero non mentisce” (Libro dei Proverbi 14,5). Se si può, quando non si vuol mentire è meglio fare silenzio, perché dice il Signore: “Di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato” (Vangelo di Matteo 12,36-37). E il Catechismo afferma: “Il bene e la sicurezza altrui, il rispetto della vita privata, il bene comune, sono motivi sufficienti per tacere ciò che è opportuno non sia conosciuto, oppure per usare un linguaggio discreto. Il dovere di evitare lo scandalo spesso esige una discrezione rigorosa. Nessuno è tenuto a palesare la verità a chi non ha il diritto di conoscerla” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2489). “L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore” (Lettera di San Paolo ai Romani 13, 10). Il buono non è mai avido, perciò non ha bisogno di mentire per avere ciò che vuole o per volere ciò che non ha. La vicinanza con una persona che non conosce doppiezza e falsità reca pace, riposo, generale benessere.

Dio ci ha fatto dono della parola, elevandoci sopra tutti gli esseri viventi della terra. Dovremmo dunque amare Dio e il prossimo anche con la bocca ed usarla sempre a fin di bene. Spesso, invece, di questa grande qualità umana che è la parola, ne facciamo arma per offendere con la falsità, la maldicenza, la critica l’ipocrisia, lo spergiuro, l’inganno. La parola, infatti, può danneggiare molto un nostro simile, nel corpo e nello spirito, nella mente e nel cuore: “Maldicenze e calunnie distruggono la reputazione e l’onore del prossimo” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2479).

Molte volte uno calunnia per scusare se stesso, in modo che il suo male non affiori, e scarica il danno compiuto su altri che non hanno fatto nulla. Ma Dio vede, giudica, e prima o poi interviene: “Il Signore ride dell’empio, perché vede arrivare il suo giorno” (Salmo 36,13); “Il perverso, uomo iniquo, va con la bocca distorta, ammicca con gli occhi, stropiccia i piedi e fa cenni con le dita. Cova propositi malvagi nel cuore, in ogni tempo suscita liti. Per questo improvvisa verrà la sua rovina, in un attimo crollerà senza rimedio” (Libro dei Proverbi 6,12-15). Gesù ci insegna a non giurare, ma ad avere un solo linguaggio: “sì” o “no”, cioè a non essere ambigui e ipocriti: “Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti, ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Vangelo dí Matteo 5,33-37). Il giuramento non è necessario per chi è onesto.

Esso dev’essere fatto solo quando lo richiede la legge, ma ha poca importanza. Chi è cattivo, infatti, mente anche sotto giuramento (Libro del Siracide 34,4). Chi invece è buono non ha bisogno di giurare, perché ha la verità delle sue azioni che testimoniano per lui. La parola del giusto è sempre creduta e rispettata, senza bisogno di essere difesa, poiché le opere parlano per essa. A garanzia delle sue parole e del suo agire l’uomo buono non mette la formalità di un rito, ma l’onestà di una vita. Gesù dice che ” la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Vangelo dí Matteo 12,34). Perciò, se è necessario mantenere casta la lingua, ancora più importante è mantenere casto il cuore. Evitiamo dunque di essere falsi e ambigui, ma viviamo nella verità, come anche Gesù ha fatto ed ha insegnato, mostrandoci veri nelle parole e negli atti, rifuggendo dalla doppiezza, dalla simulazione e dall’ipocrisia. Gesù è venuto su questa terra per rendere testimonianza alla verità, senza compromessi e paure (Vangelo di Giovanni 18,37).

Anche noi dobbiamo fare così e manifestare chiaramente le nostre convinzioni, quando è bene esprimerle. Dice il Catechismo: “Il cristiano non si deve vergognare della testimonianza da rendere al Signore. Nelle situazioni in cui si richiede che si testimoni la fede, il cristiano ha il dovere di professarla senza equivoci, come ha fatto san Paolo davanti ai suoi giudici” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2471). È falsa testimonianza anche quando alla parola non corrisponde la vita. Bisogna quindi essere leali nelle parole e nelle opere, dentro e fuori la chiesa, da soli o in compagnia, fra amici o in una grande assemblea. Se la Parola di Dio, che è parola d’amore e di verità, diviene vita in noi, la nostra vita darà sempre una vera testimonianza d’amore. Buoni non per essere lodati dagli uomini, ma per piacere a Dio. Lasciamo parlare le nostre opere e operiamo senza tante parole.

IX NON DESIDERARE LA DONNA D’ALTRI Nono comandamento: “Non desiderare la moglie del tuo prossimo” (Libro dell’Esodo 20,17). Questo comando si collega al sesto, nel quale fra le altre mancanze viene condannato l’adulterio. Se, infatti, è peccato prendere la moglie di un altro, è peccato anche il desiderio di prenderla, poiché il voler compiere un’azione è appena di poco inferiore all’azione compiuta. Il nono comandamento ci ordina di non desiderare la moglie del nostro prossimo. Si può rubare una donna anche col desiderarla e si può desiderarla anche senza rubarla. Nel primo caso è peccato, nel secondo no. Si ruba la moglie ad un marito o un marito ad una moglie anche con un semplice sguardo, quando lo sguardo è malizioso, cioè quando si passa dallo sguardo al desiderio, dal desiderio alla seduzione, dalla seduzione all’accordo, dall’accordo all’atto. Come fece il re Davide con Betsabea, moglie di Uria (Secondo Libro di Samuele 11). Se il Signore ci comanda di “non desiderare” è perché conosce la nostra fragilità e quanto sia delicato il confine tra desiderio e volontà. Obbligandoci a non desiderare, Dio ci aiuta a non peccare. Infatti: “I desideri della carne portano alla morte” (Lettera di San Paolo ai Romani 8,6).

Come tutti i Comandamenti, anche questo è un insegnamento d’amore. Non solo l’atto consumato, ma anche il desiderio di consumarlo è peccato, poiché si comincia col desiderio, si continua con la seduzione, si completa con la persuasione, si corona con l’atto. Da uno sguardo impuro entra la malizia nell’occhio, la fame nel corpo, la fantasia nella mente, la febbre nel sangue, la decisione nella volontà. Perciò dobbiamo essere prudenti e sobri, casti e semplici come i bambini, usando molta prudenza negli sguardi e negli istinti del nostro cuore: “Distogli l’occhio da una donna bella, non fissare una bellezza che non ti appartiene. Per la bellezza di una donna molti sono periti; per essa l’amore brucia come fuoco. Non sederti mai accanto a una donna sposata, non frequentarla per bere insieme con lei perché il tuo cuore non si innamori di lei e per la tua passione tu non scivoli nella rovina” (Libro del Siracide 9,8-9). Il desiderio precede sempre l’azione, come la volontà precede sempre l’opera. Specie in campo sentimentale, l’uomo è troppo debole per poter desiderare senza poi giungere a consumare il desiderio. L’uomo è più incline a volere il male che non il bene: desidera il male e poi lo compie, mentre non sempre compie il bene che desidera (Lettera di San Paolo ai Romani 7,14-25).

La via larga, infatti, è più facile e più bella da seguire di quella stretta, perciò il Signore ci raccomanda: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!” (Vangelo di Matteo 7,13-14). Dai nascosti desideri maligni nascono le aperte azioni cattive. È dal cuore che provengono “gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie” (Vangelo di Matteo 15,19). Dobbiamo quindi purificare il nostro cuore, desiderando solo ciò che è buono e volendo solo ciò che è bene, poiché la pienezza della gioia e della soddisfazione non si può raggiungere su questa terra. Solo Dio, che ha creato l’uomo, può soddisfare l’uomo creato per Dio.

Non bisogna volgersi indietro a desiderare le gioie del mondo. Dice il Signore: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio” (Vangelo di Luca 9,62). Ora possiamo capire meglio queste parole di Gesù: “Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Vangelo di Matteo 5,27-28). Adultero non è solo chi giunge all’atto di peccare con un’altra donna, ma anche chi vorrebbe farlo se ne avesse l’occasione, guardando con fame di sensi la donna o l’uomo non suoi. Non è male desiderare una donna o un uomo se sono belli e attraenti: saremmo dei malati se non lo facessimo. La bellezza e l’istinto sessuale vengono da Dio. Il male è desiderare dopo aver contemplato e volere dopo aver desiderato. Volere e cercare di avere a tutti i costi ciò che non ci appartiene. Bisogna quindi stare attenti anche con i pensieri e i desideri, perché siamo fragili. La prudenza, che è la prima delle quattro virtù cardinali, ci aiuta a non sbagliare. Ma se noi dobbiamo essere casti nel corpo e negli sguardi verso le mogli o i mariti del nostro prossimo, è anche vero che il nostro prossimo non deve essere troppo geloso delle proprie moglie o mariti verso di noi. La gelosia estrema è un peccato (Libro del Siracide 30,24; Lettera di San Paolo ai Galati 5,20, Lettera di San Giacomo 3,13-18) ed è segno di egoismo e di amore imperfetto, sia nei confronti della moglie, sia nei confronti del prossimo. Dice il Catechismo: “Ogni uomo fa l’esperienza del male, attorno a sé e in se stesso.

Questa esperienza si fa sentire anche nelle relazioni fra l’uomo e la donna. Da sempre la loro unione è stata minacciata dalla discordia, dallo spirito di dominio, dall’infedeltà, dalla gelosia e da conflitti che possono arrivare fino all’odio e alla rottura” (Catechismo della Chiesa Cattolica 1606). Il vero amore non è mai egoistico e ristretto, bensì generoso e aperto. Il vero amore non si costruisce nel ricevere, ma nel dare. Il desiderio non è una colpa quando è buono e non offende nessuno. Ma Dio vuole che impariamo a bramare il vero Bene, la vera Bellezza, la vera Felicità, il vero Amore: Lui. Staccandoci dalle piccolezze della terra, il Signore ci fa aspirare alle grandezze del cielo. Queste dobbiamo sempre desiderare con tutto il cuore, poiché ci procurano la Vita: “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria” (Lettera di San Paolo ai Colossesi 3,1-4).

X NON DESIDERARE LA ROBA D’ALTRI Decimo ed ultimo comandamento: “Non desiderare la casa del tuo prossimo… né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo” (Libro dell’Esodo 20,17). Non bisogna voler appropriarsi dei beni degli altri, perché le cose materiali sono il mezzo della vita, non il fine. Il corpo è a servizio dell’anima, non l’anima a servizio del corpo. Chi desidera avidamente le cose del suo prossimo si lascia prendere dagli affanni della vita e dimentica il grande valore della povertà evangelica per il regno dei cieli. Anche se uno è nell’abbondanza, dice il Signore, la sua vita non dipende dai beni che possiede: “’Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni’. Disse poi una parabola: ‘La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: – Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? -.

E disse: – Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia -. Ma Dio gli disse: – Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? -. Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio” (Vangelo di Luca 12,15-21). Dobbiamo perciò tenerci lontano da ogni tipo di avarizia e di invidia, per cercare la grandezza e la stabilità del regno di Dio (Vangelo di Matteo 6,33). Dobbiamo dirigere i nostri affetti secondo lo spirito del Vangelo, liberi dai richiami del mondo, per non essere impediti nella ricerca dell’amore vero: “Tutti i fedeli devono sforzarsi di rettamente dirigere i propri affetti, affinché dall’uso delle cose di questo mondo e dall’attaccamento alle ricchezze, contrario allo spirito della povertà evangelica, non siano impediti di tendere alla carità perfetta” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2545).

È peccato desiderare? Chi può dire di non aver mai desiderato le cose del suo prossimo? Come si può seguire la legge di Dio se Egli è così esigente? Come per il nono comandamento, non tutti i desideri sono peccato. Gesù non è così severo da vietarci di apprezzare il valore delle cose. Il desiderio, infatti, quando è buono e onesto, è una fonte di energia e di progresso per la vita, poiché ogni cosa compiuta nasce dalla volontà di compierla. Dio ci raccomanda solo di non desiderare a tal punto le cose degli altri da volercene appropriare ingiustamente. Ci raccomanda di non desiderare ciò che non è bene, vietandoci il desiderio che porta al peccato e che rovina la nostra anima, nel rispetto dei diritti altrui. Dobbiamo essere contenti di ciò che abbiamo e volere solo ciò che rende contenti. Lavoriamo con fede e onestà, senza esagerare nelle preoccupazioni e affidandoci a Dio: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Lettera di San Paolo ai Filippesi 4,6-7). Come dice la Sacra Scrittura: “Alla ricchezza, anche se abbonda, non attaccate il cuore” (Salmo 61,11).

Non sono le ricchezze altrui che ci rendono felici e che aumentano il nostro capitale, ma quelle avute dal nostro onesto lavoro e che il Signore benedice. Solo i desideri buoni procurano ricchezza di cose, benessere nel corpo, pace nell’anima. Guai a chi è avido e ingiusto, a chi mette discordia nelle famiglie per questione di soldi e di eredità! Costui dovrà rispondere al Signore della sua anima e di quella dei propri familiari. Guai a chi, per ingordigia e malignità, toglie il pane di bocca a un proprio fratello, specie se anziano e indifeso, portandogli via il necessario alla vita! Dio non sopporta l’avido corrotto e cattivo. Il decimo comandamento esige anche che si bandisca dal cuore umano l’invidia, perché essa può portare alla mancanza di carità, al desiderio esagerato, all’ingiustizia, all’offesa, all’odio: “L’invidia è un vizio capitale. Consiste nella tristezza che si prova davanti ai beni altrui e nel desiderio smodato di appropriarsene, sia pure indebitamente. Quando arriva a volere un grave male per il prossimo, l’invidia diventa un peccato mortale” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2539). Anche il diavolo, che per invidia ci vuol portare via la gloria della vita eterna, pecca di continuo gravemente contro il decimo comandamento: “Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura.

Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono” (Libro della Sapienza 2,23-24). L’unica cosa che dobbiamo desiderare con tutto il cuore è di amare il Signore, di nutrirci della sua parola, di vedere il suo volto e di saziarci del suo amore. Non dobbiamo essere preoccupati per i capitali della terra che prima o poi dovremo lasciare, ma dei capitali del cielo che godremo in eterno presso Dio: “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Vangelo di Matteo 6,19-21); “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Vangelo di Matteo 6,33).

ESAME DI COSCIENZA alla luce dei Dieci Comandamenti I IO SONO IL SIGNORE, TUO DIO NON AVRAI ALTRI DÈI DI FRONTE A ME (Libro dell’Esodo 20,2-6) Cerco di mettere il Signore al primo posto nella mia vita o lo sostituisco con altri dèi di materia, di carne, di pensiero? Ho amore verso Dio, fede nella sua Parola, riconoscenza per la sua Bontà, fiducia nella sua Provvidenza, timore per la sua Giustizia? Ascolto, venero, medito, vivo la Scrittura che ascolto in chiesa e che leggo nei libri sacri? In ogni cosa che faccio penso a Dio per agire bene e non sbagliare? Medito sul suo Amore e su ciò che mi attende dopo la morte?

Nutro la mia fede con la preghiera, l’Eucarestia, i sacramenti, la meditazione, la lettura spirituale, la catechesi, il silenzio, la mortificazione, la carità? Credo nella superiorità dell’anima rispetto al corpo, del cielo rispetto alla terra, nella vita eterna? Osservo i precetti della Chiesa e pratico la vita religiosa senza lasciarmi sopraffare dalle cose e dagli affanni di questo mondo? Credo in ciò che il magistero mi propone a credere e che la fede mi assicura di sperare? Amo la Madonna, venero i santi, onoro gli angeli, prego per i defunti, sono di esempio ai vivi? Ricevo degnamente il Corpo del Signore e faccio del mio corpo il tempio dello Spirito Santo? Cerco di vivere in casa e nella società ciò che professo in chiesa? Vado in cerca di religioni, movimenti, rivelazioni, idee, teorie, diversi da quelli proposti dalla fede cattolica romana? Faccio ricorso a cartomanti, maghi, pratiche superstiziose, spiritismo? Combatto l’ateismo materialista e ogni forma di materialismo ateo con la mia fede, la mia parola, il mio buon esempio? Faccio della fede e della santità lo scopo principale della mia esistenza? Ringrazio il Signore per il grande dono della vita che mi ha dato e che mi mantiene? Rispondo al suo Amore impegnandomi a compiere la sua volontà?

II NON PRONUNCERAI INVANO IL NOME DEL SIGNORE (Libro dell’Esodo 20,7) Sono un testimone della fede con le parole e con le opere? Ho imprecato e bestemmiato con ira verso Dio e la sua giustizia? Ho offeso o banalizzato il nome di Dio, di Gesù Cristo, della Madonna, degli angeli e dei santi con parolacce, irriverenze, indiscrezioni, oppure nominandoli senza rispetto e senza motivo? Ho deriso, disprezzato o criticato malignamente la Chiesa, i suoi ministri, le sue attività, la religione, la liturgia, l’ascesi, la spiritualità? Uso un linguaggio casto, umile, gentile, buono e leale nell’esprimermi? Venero come si conviene le immagini e gli oggetti sacri, o mi sono servito di essi per altri scopi non buoni?

Ho giudicato malamente l’agire di Dio e dei suoi servi? Ho preso le parole della Bibbia in modo superficiale, frettoloso e scorretto? Mi lascio distrarre facilmente nella celebrazione liturgica della Santa Messa, dei sacramenti, nelle preghiere e nelle altre forme di pietà? Sono coerente a ciò che credo e professo, con la bontà della mia vita e la verità della mia parola? Porto scandalo con la mia condotta a chi mi vive accanto, soprattutto ai bambini e ai semplici? Ho tradito il Signore ed ho rinnegato la fede con l’ira, la vendetta, la lussuria, con parole ingiuriose o altre gravi mancanze? Ho acconsentito a teorie e ragionamenti contrari alla rivelazione divina? Ho usato il nome di Dio per appoggiare situazioni e discorsi contrari alla fede cattolica?

III RICORDATI DEL GIORNO DI FESTA PER SANTIFICARLO E IL GIORNO IN ONORE DEL SIGNORE, TUO DIO (Libro dell’Esodo 20,8-11) Consacro la domenica, come giorno del Signore, partecipando con devozione alla Santa Messa, in spirito di fede, di riconoscenza e di preghiera? Ascolto la Parola di Dio con attenzione, meditandola nel mio cuore e cogliendo le esortazioni del sacerdote? Mi preparo a ricevere l’Eucarestia con purezza di corpo, di anima e di mente, pensando che sto ricevendo il Signore e come lo posso amare? Vivo la santa Comunione come incontro d’amore con Gesù, vivo e vero, il quale ha dato la sua vita per noi e ci chiama alla gloria con Lui? Ringrazio Dio per tutti i suoi benefici?

Lo riconosco come Padre, vero ed unico Bene? Faccio della domenica un tempo di riposo dal lavoro, di formazione spirituale, di amore familiare, di utile riflessione, di onesto svago e di sano divertimento? Se per vari motivi non posso partecipare alla Messa festiva, mi propongo di fare comunque un momento di preghiera o di lettura spirituale, di compiere una visita in chiesa o di accostarmi all’Eucarestia il primo giorno disponibile? Mi oppongo a chi vuol fare del giorno del Signore un mezzo di lavoro continuato, per scopi commerciali? So essere di esempio, rinunciando personalmente al lucro in giorno di festa, per il mio bene spirituale e quello della mia famiglia? Ho profanato la domenica con azioni cattive o mancando gravemente a un dovere di carità, per il mio interesse personale? In giorno di festa ho amato solo me stesso: le mie cose, i miei interessi, i miei piaceri e le mie attività, senza ricordarmi di Dio, della mia anima, della famiglia, degli anziani, del prossimo? Rinnovo il mio impegno d’amore verso la moglie, i figli, i genitori e tutte le persone che mi circondano, pensando al valore della carità e al senso della vita?

Quando esco di chiesa so essere più buono e impegnato, mettendo in pratica nel quotidiano ciò che professo nella fede?

IV ONORA TUO PADRE E TUA MADRE (Libro dell’Esodo 20,12) Amo, rispetto, aiuto, venero, consolo, assisto i miei genitori? Li onoro con una vita santa, oppure li faccio soffrire con il mio cattivo comportamento e il mio disamore? Prego per loro e li aiuto nella via del bene? Mi prodigo per le necessità materiali, morali e spirituali dei miei congiunti? Onoro con la mia vita santa il buon nome della famiglia? Corrispondo con generosità e riconoscenza all’amore dei miei genitori, di tutti i familiari e dei parenti? So essere testimone di amore, di gioia, di simpatia, di semplicità, di impegno e di perdono nella mia comunità familiare e sociale? Sono un vero amico per i miei cari e il mio prossimo, preoccupandomi di non giudicare e di non disprezzare chi sbaglia, ma di compatire e sollevare chi cade? Sono un amico solo a tavola o anche nel momento del bisogno? So essere disponibile e generoso in casa, cercando di non dare mai cattivo esempio e di apprezzare il lavoro degli altri? Amo i miei familiari in Dio e Dio nei miei familiari, testimoniando con l’amore la mia fede e con la fede la mia speranza? Faccio il possibile per rimanere vicino ai miei genitori anziani, mantenendoli nella loro casa o accogliendoli nella mia? Compatisco con amore di figlio le loro debolezze e necessità, dovute alla vecchiaia? Considero i loro ultimi diritti come i miei primi doveri? Tratto gli anziani con il massimo rispetto e una grande sensibilità, custodendo le loro esperienze di vita ed offrendo le mie capacità umane?

Mi prodigo per i valori della famiglia e i diritti umani? Venero l’autorità della Chiesa e di tutti i suoi membri, collaborando alla diffusione del bene universale? Rispetto le autorità statali e le leggi che regolano la nostra nazione, quando non sono contrarie alla giustizia e al diritto divino?

V NON UCCIDERE (Libro dell’Esodo 20,13) Ho ucciso in me e negli altri la vita, la stima, la grazia, lasciandomi andare al peccato? Sono causa di morte spirituale nelle anime, con lo scandalo, la condotta, la parola, il pensiero, la mancanza di fede, i sette vizi capitali? Amo il prossimo come me stesso, o invece lo rifiuto e lo emargino? Odio e maledico chi mi nuoce e mi contrasta? Sono di aiuto alla vita materiale e spirituale di chi vive con me? Aiuto chi è debole, rialzo chi cade, compatisco chi sbaglia, oppure giudico severamente e senza carità? Sono paziente nelle contrarietà, oppure mi vendico subito del male ricevuto? Perdono chi mi offende e prego per chi mi perseguita, per amore di Dio? Ho consigliato, favorito o procurato l’aborto, l’omicidio, l’eutanasia, il suicidio? Impedisco la vita nel suo nascere, con pratiche anticoncezionali contrarie alla morale cristiana?

Esagero nel mangiare, nel bere, nel fumo, nell’uso dei farmaci, nel sesso, nel vizio malsano, nelle fatiche o nell’ozio? Faccio uso di droghe o altri eccitanti dannosi? Sono prudente e sobrio nello svago e nei divertimenti? Sono causa di pericolo in casa, sul lavoro, nel tempo libero? Sono imprudente e agitato nel guidare, mettendo in pericolo la mia vita e quella altrui? Mi espongo a pericolose tentazioni senza prudenza e riflessione? Ho aumentato il dolore e anticipato la morte in persone anziane e bisognose di me, abbandonandole a se stesse o mettendole in casa di riposo, senza cercare altre soluzioni? Trascuro e disprezzo la natura, con tutte le sue creature animali e vegetali, causando disordine, inquinamento, povertà e disagio?

VI NON COMMETTERE ADULTERIO (Libro dell’Esodo 20,14) Ho peccato di adulterio, tradendo il coniuge con rapporti sessuali fuori del matrimonio? Provoco l’infedeltà e la crisi sentimentale, col mio comportamento poco premuroso e affettuoso? Sono sensibile alle esigenze del mio coniuge e cerco di farlo felice anche con piccoli gesti d’amore? Faccio uso di anticoncezionali e di altre tecniche contraccettive? Compio l’atto sessuale in fretta, senza dolcezza e affetto? Sono libidinoso nell’amore, cercando ciò che oltrepassa il limite naturale e il volere di Dio? Evito le occasioni di peccato e i peccati di occasione? Ho rapporti sessuali completi con la mia ragazza o il mio ragazzo, senza attendere il matrimonio benedetto dal Signore? Cado spesso nel peccato impuro da solo? Perdo tempo materiale e grazia soprannaturale, guardando programmi televisivi immorali? Acquisto, consumo o diffondo materiale pornografico contro la purezza e il buon costume? Contribuisco col mio comportamento al diffondersi della corruzione e dell’impudicizia?

Disapprovo, condanno e rifiuto prostituzione, pedofilia, omosessualità, orge, oscenità, spettacoli notturni, pornografia? Vivo l’amore sessuale con purezza, ordine e maturità cristiana? Credo nell’importanza della famiglia, dei figli, della castità e della fedeltà matrimoniali per amore di Dio e il bene del mondo? Amo la mia donna o il mio uomo nell’anima oltre che nel corpo, nel cuore oltre che nella carne? Sono buono e affettuoso con chi vive con me? Credo nel valore della verginità per il regno dei cieli? Considero Dio come il mio assoluto e grande Amore? VII NON RUBARE (Libro dell’Esodo 20,15) Ho preso terreni, proprietà, denaro, lavoro, stima, affetti non miei? Faccio il proposito di restituire ciò che non è mio e di non rubare più? Approfitto di chi è semplice, buono, inabile o incompetente, derubandolo ingiustamente? Sfrutto con inganno la generosità altrui? Ho rubato la donna o l’uomo del mio prossimo, causando separazione, divorzio o altre forme di male materiale, morale e spirituale?

Cerco di essere distaccato dalle cose materiali? So rinunciare a qualcosa per mettere pace e armonia in famiglia e sul lavoro? Le ingiustizie sociali e i bisogni altrui mi lasciano indifferente? Cerco di non sprecare ciò che potrebbe servire ad altri? Rispetto i diritti umani? Mi sforzo di non danneggiare in alcun modo il mio prossimo, specie i piccoli, gli anziani, gli innocenti? Sono giusto nel mio impiego con colleghi, dipendenti e datori di lavoro, operando con onestà, impegno e professionalità? Frodo lo stato evadendo le tasse, oppure aiutando e consigliando a non pagarle? Pago ciò che è richiesto per i servizi pubblici che mi sono offerti? Condanno e disapprovo ogni forma di ladrocinio da parte di istituzioni pubbliche o di privati? Rispetto la natura e i beni demaniali come un patrimonio a disposizione di tutti? Sono avaro nel gestire, ingordo nell’avere, geloso nel possedere, ingiusto nel chiedere, insensibile nello sprecare, impietoso nel pretendere? Sfrutto per interesse egoistico e per guadagno illecito cose o servizi non miei?

Diffondo menzogne per danneggiare il mio prossimo e impossessarmi dei suoi beni?

VIII NON PRONUNCIARE FALSA TESTIMONIANZA CONTRO IL TUO PROSSIMO (Libro dell’Esodo 20,16) Il mio parlare è sincero, semplice, leale, fedele, modesto? Mi preoccupo di dire la verità senza paura, quando è giusto e necessario per difendere o aiutare qualcuno? So prendere posizione con fermezza per promuovere la giustizia? So parlare quando non è bene tacere e tacere quando non bisogna parlare? Mantengo le promesse fatte? Parlo male del mio prossimo quando è assente, senza dargli modo di chiarirsi e difendersi? Sono duro nel giudicare e impietoso nel perdonare? So ascoltare non solo l’accusante ma anche l’accusato? Diffondo menzogne riguardo alle persone ed esagero nel giudicarle malamente? Rivelo i difetti e gli sbagli altrui senza cercare di scusarli, di compatirli e di correggerli? Sono capace di fare silenzio, piuttosto che criticare, irritarmi, offendere? Sto attento a non perdere la mia credibilità con frequenti e inutili bugie? Cerco di valutare bene il mio agire, prima di mentire per motivi di carità e di buonsenso?

Educo il mio prossimo a proclamare, diffondere, testimoniare e vivere sempre la verità? Ho peccato di falsa testimonianza contro un membro della mia famiglia? Ho giurato il falso davanti a istituzioni e autorità, a danno di altre persone? Ho cercato falsi testimoni per divulgare le mie menzogne? Ho detto cose non vere creando falsi pregiudizi sugli innocenti? Mi comporto in modo coerente con ciò che credo e affermo? Parlo bene e agisco male, parlo molto e faccio poco? La mia parola corrisponde alla mia vita, la mia fede corrisponde al mio cuore? Sono gentile, affabile e generoso fuori casa, ma scontroso, incontentabile e iracondo in famiglia? So riprendere o allontanare chi ha la lingua facile e il cuore maligno nei confronti degli altri? Ho danneggiato la fede cristiana con la mia condotta scorretta?

IX NON DESIDERARE LA MOGLIE DEL TUO PROSSIMO (Libro dell’Esodo 20,17) Guardo con fame di sensi la donna o l’uomo non miei? Sono prudente negli sguardi, casto negli atteggiamenti, temperante nei desideri, forte nei propositi? Sono provocante nel vestire, nel parlare, nel guardare, nell’agire, con l’intento di sedurre, tentare e corrompere? Sto attento a non rivolgere sguardi lascivi verso le persone dell’altro sesso? Cerco con bramosia esperienze e avventure sessuali non buone, mettendo in pericolo la mia anima e quella degli altri? So lodare Dio per la bellezza dei suoi figli, senza contaminarli con attenzioni impure, maliziose e disordinate? Sono un testimone della castità evangelica, vivendo con temperanza, purezza, sobrietà e prudenza? Medito sul grande valore della verginità? Sono avido nei piaceri, insaziabile nei desideri, libero nei pensieri, audace negli atteggiamenti, provocante nei comportamenti? So dominare i miei impulsi carnali per non offendere Dio e la sua legge? Considero le persone dell’altro sesso non come oggetto di piacere ma come fratelli e sorelle da amare, nell’anima e nel corpo? Cerco il loro bene spirituale?

Sono geloso oltremisura verso mia moglie o mio marito, il mio ragazzo o la mia ragazza? Rispetto la sua dignità personale? Volgo al bene la mia carica sessuale e la mia sensibilità affettiva, amando come Gesù ci ha insegnato? Faccio il possibile per aiutare le coppie in crisi, offrendo il mio aiuto cristiano, la mia fraterna parola, la mia comprensione umana, la mia sincera preghiera? Mi accontento della sposa o dello sposo che il Signore mi ha fatto incontrare, accettando i suoi limiti e sopportando i suoi difetti? So mortificare i miei impulsi sessuali e affettivi che non soddisfo in famiglia, amando maggiormente il Signore e il mio prossimo? Sono un testimone di amore vero e di maturità cristiana per le famiglie vicine?

X NON DESIDERARE ALCUNA COSA CHE APPARTENGA AL TUO PROSSIMO (Libro dell’Esodo 20,17) Sono invidioso del mio prossimo? Rispetto la sua vita, il suo lavoro, le sue abitudini, le sue cose, le sue proprietà, il suo denaro, i suoi affetti? Mi accontento di ciò che il Signore mi dà e vuole da me? I miei desideri sono conformi alla sua legge? Desidero più di ciò che è conveniente volere e bramo più di ciò che è necessario avere? Pecco di egoismo, di gola, di avidità? So ringraziare Dio per le grazie che mi concede ogni giorno e che non sempre so riconoscere? Esagero nello spendere in cose inutili e superflue? Mi affanno per le cose della terra, perdendo di vista i beni del cielo e i veri valori della vita? Cerco di essere distaccato dalle cose terrene e povero di beni, per essere disponibile all’amore e ricco di virtù? Rifletto che la vita non dipende dai beni che ho, ma dalla grazia di Dio? Sono ipocrita nel giudicare chi è ricco, pretendendo ciò che non ho guadagnato e volendo raccogliere ciò che non ho seminato? So ringraziare Dio e la società per il benessere a mia disposizione? Critico e invidio malignamente chi può disporre di case, servitù, macchine, viaggi, affari, vacanze, divertimenti, relazioni sociali? Mi lascio attirare e sedurre da mode, tendenze, ideologie, consumismi, politiche, contrari al Vangelo e alla libertà dei figli di Dio? Desidero la virtù e il bene del mio prossimo, anziché le sue proprietà? Voglio la felicità di tutti e prego Dio di realizzarla?

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Informazioni su Luciano Del Fico 11555 Articoli
A partire da marzo 2013 un vero e proprio cambiamento comincia nella sua vita, da quel momento comincia per lui una vera conversione. Per ringraziare Gesù dei doni ricevuti, si occupa del sito web della sua parrocchia, poi crea un ebook di preghiere e novene che trovate su Amazon, infine crea Lodeate.it per diffondere la Parola di Gesù!