FarodiRoma – Perché è importante che un parroco visiti i propri parrocchiani incarcerati

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Don Marco Fibbi, il coordinatore dei Cappellani di Rebibbia, mi chiede luogo e data di nascita per rinnovare il mio permesso come volontario ex art. 17. Il tempo che passa si misura così. Ti crescono i capelli, le scarpe si logorano, indossi il cappotto che non usavi da un anno e dici: è già passato un mese, una stagione, un anno.
È passato un anno da quando sono “prete a Rebibbia” come dico sinteticamente a chi me lo chiede e non mi è facile dire come questa esperienza mi stia segnando. Sono costretto a parlarne con una certa frequenza negli incontri in cui do ragione delle richieste che, attraverso il web, rivolgo a tutti per bagnoschiuma, dentifrici, spazzolini, biancheria, panettoni, e così via.
Vivere alla lettera quanto chiede il Vangelo, cambia. Cambia fuori e cambia anche dentro. Cambia fuori per la necessaria risistemazione di tempi, e cambia dentro anche se il come non lo sai. “Ero carcerto e mi hai fatto visita” (Mt 25,36) è una sfida e un mistero. È una sfida perché, moltissime volte, ti accorgi che quell’incontro è proprio solo “una visita”. Io poi, meno di molti altri cappellani, posso davvero fare poco o nulla. Conosci e accosti tragedie infinite per le quali c’è solo da chiedere a Dio il dono di saper piangere. Il vangelo racconta spesso che Gesù si commosse e io sto imparando che dovrei chiedere il dono delle lacrime: perché non è vero che piangere non serve. Piangere serve, è utilissimo, e quando è piangere con qualcuno, è fare compagnia. Che è l’unico rimedio efficace al più grande male al mondo: la solitudine.

È poi un mistero. È un mistero quando il detenuto che hai davanti non è, come verrebbe da pensare quando lo si accosta a Cristo, un innocente, uno finito lì per sbaglio, un pentito. In carcere c’è chi ne ha combinate di davvero grosse e non ha nessuna idea di ravvedersi, c’è anche chi peggiora, c’è chi non ne vuole sapere di non fare più ciò che ha fatto, eppure Cristo è anche lì. Lì dentro, lì dentro di lui. Come? Perché? In che modo? È davvero un mistero che mi sfida. Ecco, la differenza. Da quando vado in carcere ho accettato di farmi ferire da questo mistero.

E questo vorrei consigliarlo ai miei cari amici preti. Soprattutto ai miei amici parroci. Andate a trovare i vostri parrocchiani che sono in carcere. Se dite di non averne è molto probabile che ci sia qualcuno che vi nasconde qualcosa. Quello col prete in carcere è l’unico rapporto non strumentalizzabile e fa sempre bene. E fa bene anche al parroco un incontro non strumentalizzabile.

Quando un prete viene rifiutato da un detenuto, non importa, va bene così. È un modo di relazionarsi, forse è il modo di relazionarsi di chi sta dicendo che, secondo l’interessato, è ancora troppo presto per essere trattato con dignità, e invece no: quel momento è venuto. È importante che i parroci vadano a trovare in carcere i propri parrocchiani. È importante proprio per i parroci. È importante che lo facciano senza pensare alla Caritas, al gruppo parrocchiale e a tutto quello che verrà in vista del reinserimento e dopo il reinserimento. È importante per loro, per i parroci. Per il loro scontro con la burocrazia lentissima del carcere, lo scontro con la fotocopia della carta d’identità, il permesso che non arriva e l’incontro che quando arriva poi non c’è nulla da raccontare perché si sta solo in silenzio: è importante per il parroco che magari, poi, neppure lo può dire alla famiglia perché la famiglia ha rinnegato “quel delinquente”: anche quello è importante. È importante per un parroco, che bene o male ha sempre a che fare con il tema del successo, andare a trovare il proprio parrocchiano in carcere. Anche se è in un’altra città e lontano. È importante. Il mio è un consiglio che vale quel che vale.

Tratto da FaroDiRoma

Ma un po’ vale.



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Prete, blogger e scrittore