Due testi di San Tommaso, uno dei quali a proposito della pena di mort…

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Fonte dell’articolo Amici Domenicani – Autore Padre Angelo Bellon op.

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Quesito

Buonasera padre, sono uno studente di teologia. 
Avrei una questione da porle circa la pena di morte secondo la riflessione di San Tommaso.
San Tommaso la giustifica dicendo che “ciascun individuo sta a tutta la comunità come una parte sta al tutto. E quindi se un uomo con i suoi peccati è pericoloso e disgregativo per la collettività è cosa lodevole e salutare sopprimerlo per la conservazione del bene comune”. 
Ora quando si è trattato di parlare del rapporto tra persona e società nel capitolo sui diritti della persona umana, abbiamo sottolineato le parole di San Tommaso secondo cui la società umana è “un tutto, che non però composto di parti, ma da tanti “tutto”, perché il “concetto di parte non si può applicare alla persona”.
In che modo interpretare queste affermazioni? Se la persona è subordinata alla società non come la parte nei confronti del tutto ma soltanto “secundum quid”, e cioè nel suo rapporto con la società, come può essere discriminante il nuocere la società a tal punto di meritare la pena di morte? 
Grazie per la disponibilità che sempre ci offre per le nostre domande e che sicuramente non mancherà neanche questa volta.
Colgo l’occasione per augurarle ancora un Buon Natale e un sereno 2022!
Cordiali Saluti
S. B.


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. sì, è vero ci sono queste due affermazioni di San Tommaso che sembrano contraddittorie.
La prima è la più importante: la persona umana va trattata non come un mezzo rispetto ad un fine, e cioè come se fosse uno strumento, ma fine a se stessa.
Le sue precise parole sono queste: “Le sostanze intellettuali (gli angeli e le persone umane, n.d.r.) sono governate dalla divina provvidenza in ordine a se stesse; tutte le altre invece in funzione di esse” (Somma teologica, III, 112, 7).
E ancora: “Solo le sostanze intellettuali nell’universo sono volute per se stesse, mentre tutte le altre sono volute in funzione di esse” (Ib.) e cioè come strumento.

2. Dio stesso governa le sostanze intellettuali in questo modo: infatti “non le ama come un artefice ama il proprio artefatto e (e cioè con un intendimento strumentale, perché gli serva,n.d.r.), ma come in una certa amichevole società, come l’amico ama l’amico, in quanto trae gli uomini alla comunione della sua fruizione perché la gloria e la beatitudine per la quale Egli è beato sia anche la loro gloria e la loro beatitudine”(san tommaso, II Sent. d. 26, I, I, ad 2).

3. La motivazione di fondo sta nel fatto che le persone umane, in quanto sostanze intellettuali, sono in grado di conoscere, amare e possedere Dio.
In questo possesso d’amore vicendevole sono come una cosa sola con lui, che è il tutto, il fine di tutta la creazione.
Ciò significa che la persona domanda di essere trattata e di essere rispettata come un tutto, come un fine.
Questo è il motivo per cui “il concetto di parte non si può applicare alla persona” (II Sent., d. 5, 3, 2).

4. La seconda affermazione di San Tommaso, fatta a proposito della pena di morte, sembra contraddire la prima.
Ecco che cosa dice:  “La parte è per sua natura subordinata al tutto. Perciò nel caso che lo esiga la salute di tutto il corpo, si ricorre lodevolmente e salutarmente al taglio di un membro putrido e cancrenoso.
Ebbene, ciascun individuo sta a tutta la comunità come una parte sta al tutto. E quindi se un uomo con i suoi peccati è pericoloso e disgregativo per la collettività, è cosa lodevole e salutare sopprimerlo per la conservazione del bene comune; infatti come dice San Paolo: Un pò di fermento può corrompere tutta la pasta (1 Cor 5,6)” (Somma teologica, II-II, 64, 2).
Qui sembra dire che la persona vada trattata come una parte rispetto al tutto, che è la società.

5. È il medesimo ragionamento che, un millennio prima di lui, aveva fatto Clemente Alessandrino: “Quando si vede uno che si comporta in modo tale da risultare incurabile e si è spinto ad una grave immoralità, allora, per il bene degli altri e per non farli da lui corrompere, come quando si taglia una parte dal corpo intero, così costui con saggia decisione viene condannato a morte” (Stromata, cap. XXVII).
Era la motivazione comune con cui si giustificava la pena di morte.

6. Che cosa potrebbe rispondere San Tommaso a chi gli obiettasse tale contraddizione?
Possiamo trovare la risposta in quanto scrive sempre nel medesimo articolo sulla pena di morte: “Col peccato l’uomo abbandona l’ordine della ragione: egli perciò decade dalla dignità umana, che consiste nell’essere liberi e nell’esistere per se stessi, degenerandoin qualche modo nell’asservimento delle bestie, che implica la subordinazione all’altrui vantaggio. Così infatti si legge nella Scrittura: “L’uomo non avendo compreso la sua dignità, è sceso a livello dei giumenti privi d’intelligenza, e si è fatto simile ad essi” (Sal 48,21)” (Somma teologica, II-II, 64, 2, ad 3).
Come si vede, San Tommaso proprio mentre parla della pena di morte ribadisce che la “dignità umana consiste nell’essere liberi e nell’esistere per se stessi”.
È consapevole pertanto di non contraddirsi.

7. La risposta si trova in quell’avverbio: (degenerando) “in qualche modo” (in latino: quodammodo).
 Egli sa bene che l’uomo, per quanto colpevole e peccatore, rimane sempre ad immagine di Dio.
Dotato di anima spirituale, capace di conoscere e di amare, è strutturalmente costituito ad immagine di Dio, che è purissimo spirito, pensiero e amore sommo.
Pertanto, col peccato, l’uomo non diventa mai una bestia, ma le assomiglia nel suo operare.
Usando un linguaggio teologico, diremmo che continua ad essere ad immagine di Dio, ma non si comporta secondo l’immagine di Dio, secondo la dignità della persona.
Ecco il significato di quel “in qualche modo”.
È ad immagine di Dio nel suo essere, ma non più nel suo operare
Ciò significa che non decade dalla dignità della persona nel suo essere, ma nel suo operare.

8. E poiché il suo operare continua ad essere gravemente nocivo ad altre persone, queste non hanno altra possibilità di difendersi che quella di metterlo in stato di fermo, come si fa con gli animali.
Anche oggi i delinquenti vengono incarcerati. È una lesione alla loro dignità di persona?
No, perché non esiste il diritto di compiere il male.
Mettendoli in stato di fermo, si impedisce loro di continuare ad agire in maniera lesiva della dignità della persona e di nuocere agli altri.

9. Ai tempi di San Tommaso non c’erano i mezzi di sicurezza di cui dispone oggi la società.
Lo stato di fermo sicuro era attuato con la morte.
La si giustificava all’interno del principio del volontario indiretto, come quello che si invoca tutt’oggi nella doverosa tutela di se stessi nel caso di ingiusta aggressione.
Sia Clemente Alessandrino sia San Tommaso, come si evince dai testi riportati, non ne parlano alla luce della legge del taglione, per una finalità vendicativa, ma solo come mezzo di tutela della società.
Rimanevano rigorosamente all’interno del principio della legittima difesa.
Tanto meno ritenevano la società o l’autorità come arbitra o signora delle vite umane.
Se fossero vissuti oggi, quando disponiamo di mezzi più sicuri con le cosiddette carceri di sicurezza e anche con i vari servizi di difesa, sarebbero convenuti con l’affermazione che la pena di morte è inutile e crudele, come disse San Giovanni Paolo II a Saint Louis negli Stati Uniti d’America il 29 gennaio 1999.

10. In questa direzione si muove il Catechismo della Chiesa Cattolica che per volontà di Papa Francesco (1 agosto 2018) è stato riformulato così:
“Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuto una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune.
Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato.
Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi.
Pertanto la Chiesa insegna, la luce del Vangelo, che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona” (CCC 2267).

Mentre mi complimento per la tua attenzione nel leggere i testi di San Tommaso, contraccambio i graditi auguri di un sereno anno nuovo.
Ti ricordo nella preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

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P.Angelo Bellon op, docente di teologia morale.