Come mai nel Credo che recitiamo quasi tutte le domeniche non si fa me…

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Fonte dell’articolo Amici Domenicani – Autore Padre Angelo Bellon op.

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Quesito

Buona notte padre Angelo.
Volevo chiederle perché nel Credo contenuto nel Messale Romano, che recitiamo durante l’anno liturgico, non c’è la discesa di N.S. Gesù Cristo agli inferi. 
Nel credo apostolico invece c’è.
Forse che questo gesto d’amore di Gesù verso anche coloro che l’anno preceduto, non possa essere considerato atto di fede da parte dei fedeli? Il rischio è che non se ne parli o qualora se ne parlasse, si illustra come una specie di favola.
Grazie per la risposta.
Claudio


Risposta del sacerdote

Caro Claudio, 
1. è giusta la tua osservazione: il Credo che recitiamo quasi tutto l’anno liturgico non fa riferimento alla discesa agli inferi. È il Credo niceno-costantinopolitano, che è più lungo del Credo chiamato Simbolo apostolico.

2. Piace riportare quanto scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Fra tutti i Simboli della fede, due occupano un posto specialissimo nella vita della Chiesa” (CCC 193). E cioè:
Il Simbolo degli Apostoli, così chiamato perché a buon diritto è ritenuto il riassunto fedele della fede degli Apostoli. È l’antico Simbolo battesimale della Chiesa di Roma. La sua grande autorità gli deriva da questo fatto: È il Simbolo accolto dalla Chiesa di Roma, dove ebbe la sua sede Pietro, il primo tra gli Apostoli, e dove egli portò l’espressione della fede comune” (CCC 194).
 “Il Simbolo detto di Nicea-Costantinopoli, il quale trae la sua grande autorità dal fatto di essere frutto dei primi due Concili Ecumenici (325 e 381). È tuttora comune a tutte le grandi Chiese dell’Oriente e dell’Occidente” (CCC195).

3. Il Simbolo niceno-costantinopolitano è stato scritto nel periodo in cui si combatteva l’eresia di Ario, il quale affermava che il Figlio è la prima creatura di Dio, ma non è Dio. E proprio per questo il Simbolo recita così del Figlio: “Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre”.
Si effonde di più nel sottolineare la divinità del Figlio.
La stessa cosa fa anche a proposito dello Spirito Santo di cui dice: “che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti”.
Il niceno-costantinopolitano ha sottolineato affermazioni che nel Simbolo Apostolico erano implicite, ma ora dovevano essere esplicitate perché venivano negate.

4. Penso che l’unico motivo per cui non si fa riferimento alla discesa nell’inferi sia stato proprio quello di contenere la lunghezza del Credo.
La verità sulla discesa agli inferi è inclusa nel “fu sepolto”.
Tuttavia, il simbolo di Atanasio, che è molto più lungo e del medesimo periodo, fa menzione alla discesa agli inferì, perché è importante.

5. La tua mail mi dà l’opportunità di ricordarne la preziosità.
Negli inferi erano racchiuse tre categorie di persone: i dannati, le anime del Purgatorio e i giusti che attendevano la liberazione di Cristo per entrare in paradiso.
Tra questi ultimi andò Gesù Cristo: questa “era la sede che ospitava le anime dei santi in attesa della venuta di Cristo; un’attesa serena, immune da ogni pena e alimentata dalla beatificante speranza della redenzione” (Catechismo Romano, § 69)

6. Il medesimo Catechismo scrive: “Va inoltre osservato che in questa sua discesa agli inferi Gesù Cristo non soffrì alcuna menomazione della sua infinita potenza, né la sua splendente santità fu offuscata da alcuna ombra; anzi, con tutta verità ed esattezza si deve dire che la sua santità e divinità, già dimostrate da tanti miracoli, ebbero nuova e solenne conferma. Se infatti le anime degli uomini vissuti prima di Cristo erano scese agli inferi come prigioniere, egli penetrò invece libero e vincitore, sconfiggendo i demoni che tenevano prigioniere quelle anime. (…).
Cristo scende in mezzo a loro non per soffrire, ma per liberare i giusti da quella cocente prigionia e recare loro finalmente i frutti della propria passione” (Ib., § 70).
“Egli apparve sfolgorante alle anime dei prigionieri, le inondò di luce splendente e le riempì allo stesso tempo di un immenso gaudio; soprattutto elargì a esse la più sublime delle beatitudini conferendo loro la visione di Dio” (Ib., § 71).
“Infine Cristo discese agli inferi per un’altra ragione ancora: per manifestare anche la sua potenza e la sua gloria, come già in cielo e sulla terra. Si avverarono così le parole di San Paolo: perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra (Fil 2,10)” (Ib.).
Il Catechismo della Chiesa Cattolica aggiunge: “Cristo è disceso dalla profondità della morte affinché i morti udissero la voce del Figlio di Dio e, ascoltandola, vivessero” (CCC 635).

7. San Tommaso, nel suo commento al Credo degli apostoli, si dilunga non poco sulla discesa di Gesù agli inferi.
Tra le varie motivazioni scrivi anche questa: “(Vi andò) per trionfare completamente sul diavolo. Un uomo trionfa completamente sopra un altro non solo quando lo batte sul campo, ma pure quando lo incalza, fin dentro casa sua, e gli porta via la casa e la sede del suo regno. Cristo aveva già trionfato sul diavolo e sulla croce l’aveva sconfitto: ora avviene il giudizio del mondo, ora il principe di questo mondo (cioè il diavolo) sarà gettato fuori (Gv 12,31). Quindi affinché il trionfo si realizzasse completamente, volle strappargli la sede del regno e imprigionarlo a casa sua, cioè nell’inferno. Allora, scese laggiù, sconquassò ogni cosa, lo legò e gli levò la preda: Saccheggiati Principati e Potestà, li trascinò nel glorioso e pubblico trionfo celebrato in se stesso (Col 2,15). Allo stesso modo, avendo ottenuto autorità e potere sul cielo e sulla terra, Cristo volle conquistare anche gli inferi, come dice l’Apostolo: nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, in terra e sotto terra (Fil  2,10)”.

8. Tra i vantaggi spirituali derivanti da questa verità di fede San Tommaso annovera anche questo: “Cristo discese agli inferi per liberare i suoi amici, per cui anche noi dobbiamo scendere ad aiutare i nostri. Essi non possono fare niente, e perciò dobbiamo aiutare quelli che stanno in Purgatorio. Sarebbe proprio senza cuore chi non aiutasse una persona cara, rinchiusa in un carcere terreno; molto più insensibile allora è chi non soccorre un amico che sta in purgatorio, non essendoci paragone tra quelle pene e le pene temporali”.

Grazie per avermi dato l’occasione di scrivere tutto questo,
Ti auguro un sereno e Santo Natale, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

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P.Angelo Bellon op, docente di teologia morale.