Come Gesù » FarodiRoma – I nostri ragazzi dal cuore chiuso. Il bullismo sul 13enne down deve farci riflettere

Ammazzano i cigni a sassate, picchiano gay e stranieri, filmano i feriti invece di aiutarli, usano Anna Frank per insultare. E, ieri, costringono un tredicenne con sindrome di Down, a scuola, a mangiare una merendina buttata nelle docce di un impianto sportivo: e per fortuna in questo caso, alla violenza vile di questo gruppo di bulli, fa da controcanto l’intervento di un altro studente che si presta a difendere il compagno più debole. Sto parlando dei nostri i giovani, dei nostri adolescenti. Stiamo forse allevando una generazione di giovani insensibili e senza compassione? Giovani, oltretutto, cosiddetti “bravi ragazzi”, persone cioè che provengono non da situazioni sociologicamente descritte come estreme, marginali o disperate ma da famiglie “normali”, spesso anche benestanti.
Sarebbe bello dare la colpa alla tecnologia, alla confusione tra mondo virtuale e mondo reale, a un mondo dove, dopo il game over, il gioco ricomincia e un mondo invece dove il ferito, la persona, l’animale soffrono davvero o muoiono davvero. Ma credo che la vera risposta sia molto più profonda e vada a toccare un problema di non facile soluzione. Si chiama assenza di figure genitoriali, si chiama solitudine. E l’eccesso di internet ne è l’effetto, non la causa: è il finto rimedio. Moltissimi giovani sono quello che sono perché non hanno accanto adulti che vivono con loro. Padri, madri, chiamateli come volete ma, in ogni caso, persone dalle quali imparare il cuore, la vicinanza, ciò che di più bello ci rende umani. Tutti desideriamo essere felici ma lo desideriamo perché desideriamo essere felici “come qualcuno”. È la lezione, per me preziosissima, di René Girard: che trovo vera perché ci trovo la chiave di lettura della mia vita. Quando ho imparato il rispetto per Anna Frank? È vero, un’estate di tanti anni fa i miei genitori portarono me e i miei fratelli a visitare il campo di concentramento di Mauthausen ma non ho imparato lì che il nazzismo è male. Quella visita rimane indimenticabile, l’impressione incancellabile, ma è stata la conferma di qualcosa che tutti vivevamo tutti i giorni come qualcosa di normale, di ovvio, di immediatamente buono senza che ci fosse bisogno di nessuna mediazione culturale, se per “cultura” si intende qualcosa di didattico, una lezione con un tempo e un luogo specificamente dedicato. Non mi è mai capitato di costringere “per gioco” un compagno disabile a mangiare una merendina schiacciata sul fondo di una latrina perché era qualcosa di impensabile da parte di chiunque. Posso dire con orgoglio di essere vissuto in un’epoca in cui queste cose non solo non erano fatte da nessuno, ma neppure immaginate, neppure pensate. Così come non facevamo il gioco di far soffrire gli animali. La lezione di felicità, di bene e di male, di positivo e di negativo giungeva a noi bambini qualsiasi, dagli adulti. Adulti che, sono convinto, non erano migliori di quelli attuali se non per un’enorme differenza: “c’erano”. “C’erano” non per “parlare con i figli” ma per stare, in questo mondo, accanto ai figli, con il loro vivere. Io, se ripenso a mio padre e mia madre, non penso a quello che mi hanno detto ma a quello che hanno fatto. A come hanno vissuto. Al loro vivere la loro vita in modo costante e serio e a farlo in modo autentico: cioè non vivendo una vita “rivolta a me”, non “perché c’ero io”, ma perché la vita andava vissuta così, le cose andavano fatte così e loro le facevano così. Ai cigni non si tirano le pietre: non c’è bisogno di spiegarlo. Gli stranieri non si picchiano: non c’era neppure bisogno di dirlo. Anna Frank, gli ebrei, il nazismo: il bene o il male loro fatto era il vivere e il morire stesso, qualcosa che non si spiega perché viene prima di ogni spiegazione. E spiegare una spiegazione è qualcosa non solo di inutile ma di impossibile, perché si spiega solo ciò che è piegato ma l’evidenza è, appunto, evidente. E così la visita a un campo di concentramento diventa la conferma di cosa sia l’orrore che già conosci perché cerchi, ogni giorno, di fare il bene ed evitare il male. A prescindere dal fatto che accanto c’è un figlio che guarda e impara. Anche se poi il figlio c’è e c’è davvero.

Tratto da FarodiRoma

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