“Chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita e…

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Fonte dell’articolo Amici Domenicani – Autore Padre Angelo Bellon op.

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Quesito

Carissimo padre Angelo,
ancora una volta approfitto della sua missione e del suo carisma per sottoporle una domanda presentatami, questa volta, da un amico.
La domanda riguarda un celebre passo del Vangelo, nel quale Cristo ci rivela che “Chi ama la propria vita, la perde, e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (Gv 12,25).
Davvero il verbo “odia” nell’originale greco ha un significato così duro e netto?
Cosa intende con questa espressione Gesù?
Non è dunque sufficiente amare la propria vita in quanto dono del Signore, sapendola naturalmente mettere al secondo posto se serve, quando si tratta di aiutare il prossimo, di amare o di seguire la Sua parola in una prospettiva di vita eterna? È davvero necessario arrivare ad “odiarla” per conservarla ad aeternum? 
La ringrazio per quanto saprà dire al mio amico e a me.
Un caro saluto e la richiesta di una benedizione in questa Ottava della Santa Pasqua.
Massimo


Risposta del sacerdote

Caro Massimo,
1. per comprendere queste parole del Signore è necessario leggere quelle precedenti.
Ecco il passo per intero: “È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (Gv 12,23-25).

2. È il giorno in cui Gesù ha appena concluso il suo ingresso trionfale in Gerusalemme.
Alcuni greci lo vogliono vedere e si raccomandano a Filippo. Questi mette i suoi buoni uffici presso il Signore.
Ed ecco la risposta che Gesù dà a coloro che lo vedono tanto glorificato dagli uomini: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”.
La sua vera glorificazione è quella che sta per attuarsi adesso: la donazione di sé fino alla fine attraverso lo spargimento di sangue mediante la morte più crudele.

3. È vera glorificazione perché sarà accompagnata da miracoli, quali quelli delle rocce che si spezzano, del velo del tempio che si squarcia, dei corpi di santi morti che risorgono al punto che tanti dicono: davvero costui era figlio di Dio.
È vera glorificazione anche perché sarà seguita dalla sua gloriosa risurrezione e ascensione al cielo.
Altri nella storia sono risorti da morte. Alcuni li ha risuscitati anche Gesù.
Ma nessuno è risorto da se stesso, nessuno è asceso al cielo da se stesso.

4. Ma perché Cristo possa manifestare la sua gloria divina, e cioè la sua natura e il suo potere divino, è necessario che prima passi attraverso la passione e la morte.
Quando dice: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” sta parlando di se stesso.
Come il grano non può portare frutto se prima non muore e non si lascia macerare dalla terra, così anche per Cristo.
Certo, avrebbe potuto compiere la redenzione anche in maniera incruenta, senza spargimento di sangue.
Ma Dio Padre ha voluto legare la remissione dei peccati alla massima donazione di sé. Per questo nella lettera agli Ebrei si legge: “Senza spargimento di sangue non si dà perdono” (Eb 9,22).
Attraverso lo spargimento di sangue Gesù ha voluto meritare per stretto rigore di giustizia le grazie che donerà agli uomini: la remissione dei peccati, la partecipazione alla vita divina e la loro glorificazione eterna.

5. L’espressione: “se uno non odia” è iperbolica ed è tipica del linguaggio semitico.
San Gregorio Magno, papa, a proposito delle parole di Gesù: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, sua moglie, i figli, i fratelli, le sorelle perfino la sua stessa vita non può essere mio discepolo” (Lc 14,26) scrive: “È lecito domandarsi: come è possibile che ci sia ordinato di odiare i genitori e coloro che ci sono carnalmente vicini, quando ci viene comandato di amare persino i nemici?”.

6. Certo, questo modo di parlare per noi rimane indubbiamente duro.
Non ci meravigliamo allora che la nuova traduzione della CEI abbia tradotto le parole di Gesù “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre,…” (Lc 14,26) dicendo: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”.
Pertanto, il modo di esprimersi del Signore, proprio della lingua semitica, vuol dire: “Chi non ama in subordine a me il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle, la propria vita non può essere mio discepolo”.

7. Tornando al versetto di Giovanni che tu ha riportato, ecco il commento di San Tommaso: “Chi ama la propria vita in questo mondo e cioè aspirando ai beni del mondo, la perderà rispetto ai beni eterni. Cfr. “Guai a voi che ora ridete, perché piangerete” Lc 6,25) e “ricordati che tu hai ricevuto la tua parte di beni nella tua vita, mentre Lazzaro i suoi mali; ma ora questi e consolato e tu sei nei tormenti” (Lc 16,25.
Ed ecco l’utilità di questa morte: “chi odia la sua anima in questo mondo” ossia nega alla sua anima i beni presenti e sopporta per Dio quelli che sembrano mali in questo mondo, “la conserverà per la vita eterna”. Di qui le parole evangeliche: “Beati quelli che soffrono persecuzione per causa della giustizia perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,10) e : “Se uno viene a me e non odia il padre la madre… E persino alla propria vita non può essere mio discepolo” (Lc 14,26)”.

8. Queste parole del Signore ricordano che la vita presente non è l’unica né l’ultima. 
È solo la premessa della vita futura, il cui esito dipende da come noi la viviamo.
San Tommaso dice che questa vita, come qualsiasi altro bene di ordine temporale, “ci viene da Dio e ci viene dato non come frutto ma come seme perché con esso possiamo raggiungere il frutto del premio eterno”.
Allora “odia la propria vita” chi non fa di essa un frutto da godere.
Vale la pena spenderla per Cristo perché porti molto frutto in vista della vita eterna.
Vale la pena anche usare dei nostri beni di ordine temporale per fare del bene perché “chi semina abbondantemente, abbondantemente raccoglierà” (2 Cor 9,6).

Con l’augurio che possiamo fare tutti così, ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

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P.Angelo Bellon op, docente di teologia morale.