Che cosa significa essere creati per la gloria di Dio… – Amici Domenic…

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Fonte dell’articolo Amici Domenicani – Autore Padre Angelo Bellon op.

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Quesito

Salve Padre Angelo,
scusi ancora il disturbo, ma avrei delle domande importanti a cui non so dare una risposta:
1.  In questi giorni ho spesso sentito parlare di glorificare Dio nella debolezza, perché è lì che egli manifesta la sua forza. Tuttavia quando ci penso, mi sento come una sorta di burattino creato solo per essere libero di glorificare Dio, poiché solo lì posso trovare la mia felicità. È come se Dio mi portasse piano piano a capire che solo questa è la strada, quindi mettendomi all’angolo senza lasciarmi via d’uscita. Ma questa è una libertà finta.

2. La seconda è che tutte le mie qualità mi sono state date solo per realizzare il progetto di Dio su di me. Alla fine c’è sempre solo lui e la nostra libertà è finta.

3. Io sento che Dio mi ama, però sento anche che se un Padre amasse, come potrebbe non esaudire i desideri più profondi del nostro cuore. Per esempio una bambina che nasce paralizzata e dentro ha magari il desiderio di camminare, vedere il mondo, conoscere il proprio uomo… Come fa un Dio che sostiene di amarci a non concedere a tutti, senza fare preferenze (perché a quanto pare alcuni sono ascoltati e altri no), i desideri più grandi del nostro cuore. Come fa una persona che ha certe malattie a capire che questa croce è amore, onestamente io mi arrabbierei parecchio con chi mi dicesse una roba del genere. Non basterebbe che Dio spiegasse con amore certe cose, come mio padre mi consola quando sono triste?

4. Come mai permette che ci siano certe malattie allucinanti, rare, mentali e altre orribili, che Gesù non ha mai sperimentato sul suo corpo e nella sua mente. Con che diritto dice anche a queste persone, prendete la vostra croce senza aver vissuto certe tipologie di croci?
Grazie,
Nicola


Risposta del sacerdote

Caro Nicola,
1. sì, siamo stati creati per la gloria di Dio. 
Ma non per essere dei burattini nelle mani di un altro come se questi avesse bisogno del nostro aiuto per accrescere la propria felicità.
Ma piuttosto per appropriarci della gloria di Dio, vale a dire: di ciò per cui Dio è Dio.

2. La nostra relazione con Dio trova molte somiglianze con il raggio di luce rispetto alla sorgente luminosa.
Il raggio non è nulla da sé, se la sorgente luminosa non lo alimentasse.
Non ha nulla da comunicare all’infuori della luce.
Se volesse fare qualcosa senza la sorgente luminosa, metterebbe subito a segno la propria distruzione.
È una grazia per lui che la sorgente luminosa lo abbia creato, che lo vivifichi istante per istante e gli dia tutto quello splendore e quella bellezza di cui è rivestito.
Così è per noi: è una grazia essere stati creati, poter partecipare della vita di Dio e fare insieme con lui qualcosa che duri eternamente.
Senza di lui, non solo non possiamo fare niente, ma subito precipiteremo nel nulla nel quale siamo stati tratti.

3. Siamo chiamati a partecipare della vita e della potenza di Dio sempre, anche nei momenti in cui sperimentiamo debolezza, sofferenza.
È in riferimento a questo che San Paolo dice di glorificare Dio nelle nostre debolezze: “Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10).
Lo dice in riferimento ad una spina nella carne, ad un messaggero di Satana che lo schiaffeggiava,  per la quale per tre volte aveva chiesto al Signore di esserne liberato. Ma per tre volte il Signore gli aveva risposto: “Ti basti la mia grazia” (2 Cor 12,7).

4. Rassicurato da queste parole del Signore, Paolo sa che le sue sofferenze unite a quelle di Cristo producono un frutto ancora più abbondante di quello della predicazione.
C’è nella sua sofferenza unita a quella di Gesù Cristo crocifisso una straordinaria potenza di conquista. Quella potenza per la quale il Signore aveva detto: “E io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32).

5. Se per libertà intendi poter fare qualcosa senza Dio e al di fuori del progetto di Dio non produci nulla che duri eternamente.
Si tratterebbe di una libertà per la morte perché se non si costruisce in Dio, e cioè nella sua grazia, tutto viene inesorabilmente divorato dal tempo e dal nulla.
Sicché si può concludere con il Qoelet: “Vanità delle vanità tutto è vanità” (Qo 1,2), tutto è inutile.

6. Scrivi ulteriormente: “Tutte le mie qualità mi sono state date solo per realizzare il progetto di Dio su di me. Alla fine c’è sempre solo lui e la nostra libertà è finta”.
Quali sono le tue qualità se non quelle che ti ha dato Dio?
Inoltre il progetto di Dio non è qualcosa di esterno a te quasi dovessi alienarti per realizzarlo.
Ma è quello che trovi scritto nella tua più intima costituzione. 
Realizzarlo non è la tua alienazione, ma la tua perfetta felicità. 
Perché è con tutte le tue forze, tutte le tue energie che tu aneli a questo.
Per questo ti ho già detto altre volte che la vocazione è quello che uno è, è ciò per cui uno è “fatto”, “tagliato”.

7. C’è poi un problema che ti angustia: se il Signore ti ama e ti ama con un amore onnipotente perché non soddisfa i tuoi più profondi desideri?
Anche qui: i tuoi più profondi desideri sono quelli che lui ha suscitato nel tuo cuore perché “è lui che suscita il volere e l’operare secondo il suo benevolo disegno d’amore” (Fil 2,13).
Perché allora non realizza in una bambina paralizzata il desiderio di essere guarita?
A questo punto è necessario ricordare che Dio non ci ha creato semplicemente per la vita presente. Sarebbe una beffa crearci e poi farci morire per sempre.
Ci ha creati invece per la vita eterna.
All’interno della vita presente siamo chiamati a preparare grande la nostra vita futura.
È solo in questa prospettiva che riusciamo a comprendere qualche cosa.
Non è questo il senso della beatitudine proclamata dal Signore nel suo primo grande discorso: “Beati quelli che piangono perché saranno consolati” (Mt 5,4)?
Al di fuori di questa luce, non si comprende nulla. Ci sono soltanto tenebre.
Gli atei rifiutano questa luce. Ma non ne hanno un’altra. Hanno davanti soltanto il buio fitto e una vita senza senso.

8. Penso in questo momento alla grande figura dell’ultima santa domenicana canonizzata: Margherita di Città di castello.
Nata storpia e cieca (cosa c’è peggio di questo?) fu abbandonata per strada dai suoi genitori.
Ma seppe approfittare della propria condizione per ricevere nella propria mente la vera luce.
Quella luce l’ha saputa donare a tante persone che ricorrevano a lei, che avevano la luce degli occhi ma non quella interiore.

9. Parli infine di malattie che Gesù non ha sperimentato.
San Tommaso si pone la questione se Cristo abbia patito tutte le sofferenze.
Risponde distinguendo tra le sofferenze della loro specie e le sofferenze in genere.
Se si considerano le sofferenze nelle loro singole specie Gesù Cristo non le ha patite tutte anche perché “molte sono incompatibili tra loro come il rogo e l’annegamento nell’acqua”.
Tra l’altro il Vangelo nota che ai due ladroni furono spezzate le gambe. Gesù questa esplicita sofferenza non l’ha patita.

10. “Ma se consideriamo tali sofferenze nel loro genere, allora si possono riscontrare in lui tutte le sofferenze umane secondo tre ordini di considerazioni. 
Primo, per la totalità degli uomini che le inflissero. Infatti egli le subì dai gentili e dai giudei; dagli uomini e dalle donne, come risulta dalle ancelle che accusarono Pietro. Inoltre egli le subì dai principi come dai loro ministri e dal volgo, conforme alle parole del Salmista: “Perché tumultuano le genti e vane rivolte meditano i popoli? Insorgono i re della terra, i principi cospirano insieme contro il Signore e contro il Messia”. Inoltre egli patì per mano dei familiari e dei conoscenti, com’è evidente per Giuda che lo tradì, e per Pietro che lo rinnegò.
Secondo, considerandole rispetto alle cose che si possono soffrire. Infatti Cristo soffrì l’abbandono da parte degli amici; l’infamia per le bestemmie proferite contro di lui; il disonore per gli scherni e gli insulti; la privazione dei beni con la spogliazione persino delle vesti. Soffrì nell’anima la tristezza, la nausea e il timore; e nel corpo ferite e flagelli.
Terzo, la totalità delle sofferenze si può riscontrare rispetto alle membra del suo corpo. Cristo infatti soffrì nel suo capo la coronazione di spine; nelle mani e nei piedi le trafitture dei chiodi; nel volto gli schiaffi e gli sputi; e in tutto il corpo la flagellazione. Inoltre egli soffrì in tutti i sensi del corpo: nel tatto perché flagellato e crocifisso; nel gusto, perché abbeverato con fiele e con aceto; nell’olfatto, perché appeso al patibolo in un luogo appestato di cadaveri di morti, “il quale era chiamato appunto luogo del teschio”; nell’udito, perché stordito dalle grida di bestemmia e di disprezzo; nella vista, vedendo piangere “sua madre e il discepolo prediletto” (Somma teologica, III, 46,5).
Senza dire dei dolori dell’anima che hanno gravato su Gesù fin dal primo istante della sua esistenza a motivo della sua compartecipazione ai dolori di tutti gli uomini (“chi è che soffre che anch’io non soffra?”, 2 Cor 11,29) che egli vedeva singolarmente.

11. Sì, prima di dire a tutte le persone di prendere la propria croce e di seguirlo, Gesù le aveva già tutte presenti singolarmente nella sua anima.
Solo per un intervento divino queste sofferenze non hanno schiacciato il corpo di Gesù perché diversamente non avrebbe potuto compiere il suo ministero.

Ti benedico, ti auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

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P.Angelo Bellon op, docente di teologia morale.