C’è una differenza tra il dire “preghiamo fratelli perché il nostro sa…

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Fonte dell’articolo Amici Domenicani – Autore Padre Angelo Bellon op.

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Quesito

Buonasera Padre Angelo,
le volevo porre due domande circa la preghiera dell’Orate fratres e dell’ Agnus Dei.
Orate Fratres
Mi capita spesso di sentire che la preghiera”Pregate, fratelli e sorelle, perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente.” venga storpiato in “Preghiamo, fratelli e sorelle, perché il nostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente.” Oltre ad essere, quest’ultima, una forma non presente nel Messale, teologicamente e liturgicamente parlando, in cosa differisce dalla prima? Nella seconda versione il celebrante sembra porsi fra i fedeli come uno fra tanti e automaticamente il sacrificio cessa di essere del sacerdote e dei fedeli ma diviene solamente della comunità all’interno della quale si è posto anche il celebrante. 
Agnus Dei
In “Agnello di Dio che togli i peccati del mondo […]” e anche in “Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del mondo, […]” il concetto di peccato del mondo appare nella forma al plurale, mentre in Gv 1,29 il Battista dice “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!”. Desidererei conoscere la motivazione che ha portato a questo cambiamento nell’uso liturgico e la differenza di significato fra il peccato e i peccati del mondo.
Salutando ringrazio
A.B. 


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. circa il primo quesito mi piace ricordare il significato originario di quel dialogo: “Pregate fratelli” (Orate fratres).
Il sacerdote, giunto al momento di offrire il sacrificio di Cristo, per l’ultima volta si volgeva verso i fedeli. Va ricordato che celebrava volgendo le spalle alla gente.
Successivamente si sarebbe rivolto solo al momento della Comunione.

2. La spiegazione spirituale che veniva data era la seguente: “A somiglianza del gran sacerdote ebraico, il celebrante sta per entrare in qualche modo nel santo dei santi, e quindi sente il bisogno di congedarsi dal suo popolo, verso il quale non si volgerà più per tutto il canone, prima di immergersi in Dio, invitando tutti a pregare affinché “questo sacrificio che mio e vostro sia gradito a Dio padre onnipotente” (R. Lesage, Dizionario pratico di liturgia romana).

3. A quest’invito inizialmente il popolo non rispondeva nulla. Solo molto tempo dopo si iniziò a dire: “Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio…”.
Nel rito domenicano e in quello certosino tutt’oggi non c’è la risposta dei fedeli o dei ministranti.

4. Venendo adesso più vicino alla tua domanda, si può sottolineare una duplice differenza tra quanto dice qualche sacerdote e quello che è previsto dal Messale Romano.
La prima è marginale, mentre la seconda è sostanziale.
La prima è tra il Pregate fratelli e il Preghiamo fratelli.
Pregate fratelli, proprio perché al plurale, sollecita una risposta.
Questo avviene anche in altri momenti della Messa, come ad esempio quando il sacerdote dice “Il Signore sia con voi” si è sollecitati a rispondere: “E con il tuo spirito”.
Se dicesse: “Il Signore è con noi” quella risposta sarebbe superflua.

5. Più consistente invece è la seconda differenza perché da sempre è previsto che il sacerdote dica: “perché il mio e vostro sacrificio”.
Il sacerdote infatti vi partecipa, oltre che in forza del battesimo, anche con la potestà che deriva dall’ordine sacro, e pertanto in persona Christi.
È solo il sacerdote che consacra, che rende presente il sacrificio.
Insieme con i fedeli lo offre.
I fedeli, con il sacerdote, offrono il sacrificio, ma non consacrano, non lo rendono presente.

6. Circa la seconda domanda: sì, è vero, Giovanni Battista annunciando Gesù dice: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”. 
Secondo la Bibbia di Gerusalemme “il peccato del mondo” è il rifiuto di riconoscere Cristo come l’inviato di Dio.
Il Battista lo indica come agnello di Dio e con questo vuol dire che Gesù è l’agnello di cui parla il profeta Isaia: “Era come agnello condotto al macello” (Is 53,7).
È l’agnello sul quale “il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti” (Is 53,4).
Infatti “è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità” (Is 53,5).
Probabilmente è stato messo al plurale perché nessuno sentendo la dizione al singolare “il peccato del mondo” dica: “Ma io il Signore l’ho accolto, non l’ho rifiutato”.
Mettendolo al plurale, come del resto viene messo negli altri momenti in cui si parla dei peccati del mondo (il Gloria e l’Agnus Dei) ognuno si riconosce indegno di riceverlo perché peccatore.

Ti benedico, ti auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

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P.Angelo Bellon op, docente di teologia morale.