Blog – Sinner, cosa vuol dire essere focus

Fonte dell’articolo mauroleonardi.it

Quando è cominciata a girare la voce del ritiro di Djokovic, durante il terzo set del match contro Dimitrov, tutti si sono chiesti se Sinner l’avesse saputo. Ovviamente nessuno si era avvicinato a lui per dirglielo, le immagini erano eloquenti, ma qualcuno dagli spalti aveva cominciato a gridargli che era il numero uno: espressione che poteva annunciare il cambiamento al vertice del ranking mondiale o anche un semplice incoraggiamento, qualcosa del tipo “giochi così bene da essere, di fatto, già un numero 1”.

L’interrogativo è stato sciolto dopo la partita, durante le interviste, quando Jannik ha detto di essere in genere così focus su quanto sta facendo da non essersi accorto di nulla e quindi di aver appreso del cambio al vertice solo dopo la partita. Sinner è in enorme controtendenza anche in questo. A 22 anni riesce a rimanere focus (cioè concentrato) quando gli urlano che è diventato il numero 1 al mondo: normalmente invece i giovani di oggi (ma anche tantissimi adulti) pare che abbiano un tempo medio di concentrazione di 8 secondi.

Le interruzioni sono la zizzania che rovina il nostro tempo. Le interruzioni sono quel poco di aceto che rovina un’intera damigiana di vino. Il motivo è semplicissimo: mentre le pause sono frutto di una nostra decisione, di un nostro atto libero, le interruzioni dipendono da altri, che, da questo punto di vista, sono veri e propri parassiti. Sinner doveva vincere il set decisivo e non poteva accettare che la sua concentrazione fosse interrotta da altri: nemmeno da chi gli stava dicendo che era diventato il numero uno del mondo.

Esistono moltissimi studi che attestano le nefaste influenze delle interruzioni. Sono studi seri e veri perché sono commissionati da aziende che hanno visto calare precipitosamente il rendimento dei loro dipendenti per colpa dei telefonini. Il danno causato da un’interruzione è per lo meno il doppio di quello che sembra a prima vista. C’è il tempo dell’interruzione in sé, per esempio una telefonata di dieci minuti, e poi c’è il tempo per tornare al focus della nostra azione. Abbiamo chiuso il cellulare, ricominciamo a lavorare e ci chiediamo: dov’ero? Il fatto drammatico è che, se l’azione che abbiamo interrotto era semplicemente meccanica, per esempio stavamo ascoltando una conferenza registrata, un semplice tap ci consente di ripartire, ma se invece stavamo riflettendo in maniera creativa su qualcosa può essere che sia impossibile tornare alla situazione positiva e nutriente che si era creata quasi per magia e che è stata proditoriamente interrotta.

Sinner, per arrivare dov’è arrivato, non ha solo talento. Ha anche imparato delle routine piccole e grandi che gli consentono di rimanere concentrato sui suoi obiettivi. Questo possiamo impararlo anche noi. Non facciamoci derubare dalle distrazioni il resto della nostra vita: poca o tanta che ce ne rimanga è importante. È la nostra vita

Qui al minuto 4,24 Sinner racconta di aver saputo di essere n. 1 solo a fine partita

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Prete, blogger e scrittore