Blog – La morte della mamma

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Fonte dell’articolo mauroleonardi.it

È strano che un signore di 61 anni come il sottoscritto scriva un breve ricordo della mamma morta 13 anni prima?
Mia madre, moglie di Paolo (Lino) e madre di quattro figli (io il più grande) non è stata protagonista di storie particolari, se non di quella tragica della propria morte, avvenuta a quasi ottant’anni all’ospedale grandi ustionati di Genova, a causa di un incendio casalingo. Ma ora non voglio parlare di questo.

Qui desidero ricordare il diritto al dolore, alla nostalgia, che può avere anche una persona adulta. Non capita mai che qualche adulto mi dica: don Mauro, oggi è l’anniversario della morte di mia mamma, è morta tredici anni fa, se ne può ricordare?
Tredici anni non è un anniversario rotondo, ottant’anni (l’età in cui mia madre è morta) sono una vita considerevole dopo la quale “è giusto” morire, ma soprattutto sessant’anni sono un tempo nel quale pare che un uomo non abbia più il diritto di soffrire per la morte dei genitori.
Ecco se avessi otto anni, tutti mi darebbero ascolto; oppure se mia mamma fosse morta giovane, anche. Così invece, dare ascolto al dolore normale per la morte di una donna che, peraltro, io sento molto presente nella mia giornata, pare sia una concessione patetica, un’esagerazione non consentita.

Io ritengo invece che ciascun uomo adulto e ciascuna donna adulta abbia il diritto di soffrire, e voglio dire che è ingiusto il non detto per cui pare si debba trangugiare le lacrime, non guardare quel ricordo, non rispettare quel dolore. Questo è sbagliato. È sbagliato anche dal punto di vista cristiano. Perché noi sappiamo per fede che la morte non era prevista nei progetti divini ed è entrata nel mondo solo a causa del peccato originale.
Non c’è nulla di normale nella morte. Quando si ama qualcuno è normale che quell’amore non si interrompa, che non ci si separi, che ci si capisca e ci si soddisfi. Tutto ciò, è vero, qui, in questa vita, non è possibile e non accade, ma l’anniversario di una morte può servirci a ricordare che siamo fatti per l’infinito, per l’eterno, per il perfetto, per ciò che non si interrompe. Per il paradiso insomma. Dove mia mamma mi attende e ci attende

P.S. Ad illustrare questo pezzo ho messo non la foto di mia mamma, che trovate nelle storie di Instagram, ma di me bambino: perché voglio che lei continui a guardarmi così

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Prete, blogger e scrittore