Fonte dell’articolo mauroleonardi.it
Dentro questa esperienza risuona una parola di Gesù che sembra scritta per oggi: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11, 28-30). Gesù non dice “venite a me e vi tolgo tutto”, non dice che i pesi spariranno. Dice la cosa più realistica possibile e, allo stesso tempo, più sconvolgente: che si può vivere la stessa vita, con gli stessi pesi, in un modo completamente diverso a due condizioni: che il giogo sia “suo” e che si sia “umili”. In pratica portare il “suo” giogo significa portare il peso reale della vita, non quello immaginario. Gesù ci dice in primo luogo di vivere nel presente e non di farci sommergere dal chiacchiericcio interiore che risuona costantemente dentro di noi sottoforma di un incontrollato flusso di pensieri. Vivere il “suo” giogo significa perciò “vivere nel presente”. Il secondo suggerimento è quello di essere umili. E non è umile chi tiene gli occhi verso il basso ed evita di raccontare qualche piccolo successo personale, ma chi non rimane solo. Chi cerca qualcuno con cui vivere.
Quindi il giogo diventa leggero se è “il nostro”: quello veramente nostro e non quello con cui ci carichiamo quando vogliamo farci carico del mondo. E poi se non siamo soli perché siamo almeno in due a portarlo. Il gesto di riposo che ci suggerisce Cristo con le sue parole non è spegnere il telefono o allontanarsi dal mondo ma smettere, almeno per un momento, di pensare che tutto dipenda da noi e dire a qualcuno che è nostro prossimo, anche senza parole: “vieni con me”.





