Bibbia, il Libro dei Giudici, ovvero la realtà che ci limita

Unzione di Saul

Il libro dei Giudici è un libro poco conosciuto della Bibbia, forse perchè mette in luce aspetti meno nobili della natura umana, che il perbenismo borghese cerca di occultare, ed anzi in certi casi scuote la coscienza religiosa facendo sospettare che a volte si esca dal recinto di una scrittura sacra ed ispirata, come il fatto assolutamente tragico, inaspettato ed inaudito del sacrificio della figlia di Iesse.

Tuttavia esso è uno snodo fondamentale della concezione biblica, perchè esso è il libro che dopo tante idealizzazioni e valori assoluti, propri di un libro sacro, esso riporta a quell’approdo maturo e realistico alla realtà effettuale, allorchè l’idea assoluta e trascendente del valore religioso, che nel linguaggio economico si tradurrebbe in un valore di ottimo, ridiscende lì (religione) dall’ideale, qui (economia) dalla splendida teoria, a quegli urti, quelle frizioni, quei compromessi e financo quei conflitti che la vita concreta quotidianamente presenta, sostituendo, per dirla con lo scienziato Herbert Simon, premio nobel di qualche decennio fa, una razionalità assoluta con una razionalità limitata, dove il criterio base è l’adattamento ed il satisfying, al posto della felicità e la realizzazione totale, che è un approccio molto più rispettoso della tradizione cristiana, penso ad esempio a Sant’Agostino, più di certe filosofie alla moda che pretendono di offrire in questa vita una felicità ed una pienezza, forse mai viste nella storia.
La narrazione che concreta questo passaggio è la conquista della Terra promessa, una conquista, sofferta, lottata, non certo totale come quella delineata nel libro di Giosuè e neppure come quella che forse un popolo invasato ma illuso si attendeva, ma piena di compromessi e anche di connivenze col nemico, dovendo convivere con i popoli autoctoni, non scacciati, ma diventati vicini più o meno graditi.

Ovviamente il valore assoluto rimane, la parzialità viene ricondotta nel discorso scritturistico alla mancanza dello herem ed a tante deviazioni e peccati del popolo, ma la coscienza si acquieta ugualmente, seppur non in una pace assoluta, in quel riposo parziale che l’adattamento alla realtà può dare, che in senso giudaico-cristiano ed anche della saggezza antica (penso ad Aristotele: veritas est adequatio intellectus et rei) potremmo tradurre in quella operosa adequatio al mondo che forse non è il riposo nel Cristo, ma almeno l’acquietarsi della coscienza dell’Adamo, che pur semplice uomo, nel discorso ebraico è molto più di una realtà solo creaturale, ma qualcosa di molto alto e nobile, e quindi capace di dare anche in senso neotestamentario, vera agape, ovvero soddisfazione.

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Informazioni su Enrico Monaci 5 Articoli
Sono un laico domenicano dal 1996 e faccio parte come socio sostenitore della Associazione mariologica interdisciplinare dal 2008. Ho pubblicato alcuni libri, soprattutto di poesia religiosa.