Avverto dinanzi a molte persone la sensazione che abbiano desistito da…

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Fonte dell’articolo Amici Domenicani – Autore Padre Angelo Bellon op.

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Quesito

Buongiorno Padre Angelo,
una domanda riguardo una sorta di inquietudine interiore che mi sono accorto di provare in maniera finora inedita e ultimamente ricorrente davanti ad alcuni conoscenti che in questo periodo in cui molti tipi di lavoro sono diventati molto più difficoltosi, stressanti, ricchi di tensioni, hanno deciso, potendolo fare, di cessare la propria attività molti anni prima della pensione, avendo accumulato abbastanza per vivere con serenità, e sono, diciamo così, usciti dalla “lotta” della vita quotidiana già attorno ai 50-55 anni  per dedicarsi a hobby o quant’altro.
Il tipo di inquietudine (molto forte) che sento è una sorta di preoccupazione per loro che non so ben spiegare, scevra naturalmente da qualunque giudizio. In sostanza, nel constatare la loro improvvisa serenità e il loro ritenersi privilegiati – evidente anche quando non ostentato – sento una sorta di disagio come se li vedessi “congelati” in un limbo senza scopo a loro insaputa.
Mi rendo conto che tale mio disagio non deriva dalla questione dell’accumulo di beni (quindi non lo riferisco interamente a Lc 12) perché non si tratta di persone avide, ma proprio dalla sensazione che fuggendo dalle difficoltà della vita – scelta peraltro ovvia potendolo fare, secondo il pensare comune del “mondo” – costoro siano convinti di aver trovato l’eldorado mentre invece – mi dice la mia “sensazione” – hanno come “congelato” la loro cooperazione con Dio mettendosi quindi su una strada estremamente pericolosa.
Non ho naturalmente espresso loro questa inquietudine, ma le confesso che quando una di queste persone – a conoscenza dell’elevato livello di stress che sto subendo anch’io sul lavoro – mi ha chiesto “perché non lo fai anche tu?” , dentro di me ho sentito istantaneamente una fortissima, violentissima sensazione di rifiuto e repulsione, come se “Qualcuno” mi facesse percepire chiaramente l’errore fatale che costituirebbe, per la mia vita spirituale, una simile scelta.
Questo peraltro è coerente col fatto che sento distintamente queste difficoltà quotidiane, constanti e spesso molto sgradevoli, come un fortissimo stress ma nello stesso tempo come la mia reale arma principale nel “combattimento spirituale”, assieme alla preghiera costante e continuata.
Ecco, potrei forse dire che percepisco quelle persone come improvvisamente convinte da “qualcuno” a “disarmarsi” e quindi in grave pericolo, e il vederle rasserenate e invidiate da tutti aggrava questa sensazione perché mi appaiono in pericolo a loro insaputa.
Vedo che questa mia sensazione permane – in maniera apparentemente contraddittoria – anche se queste persone, trovandosi improvvisamente molto tempo libero, decidono in un secondo tempo di dedicarne parte  al volontariato. Non è naturalmente il caso di chi ha la chiamata interiore a cambiare vita per dedicarsi completamente ai bisognosi, ma sono situazioni in cui il volontariato è semplicemente una attività per riempire il nuovo tempo libero in maniera molto meno stressante. Non si tratta cioè di persone che smettono di lavorare per dedicarsi agli altri anima e corpo, ma di persone che abbandonano una vita di stress e la riempiono poi con varie attività tra cui, in parte, del volontariato. Mi rimane la sensazione che a volte ciò sia addirittura una sorta di ulteriore tentazione, ovvero che queste persone abbiano deposto l’arma (potente) della sofferenza, sostituendola con una attività che è sì rivota ad altri, ma che alla fine non costa nulla – in confronto alla condizione precedente – in termini di tempo, fatica, sacrificio, rinuncia, sofferenza, ma fa sentire moralmente superiori e quindi non bisognosi d’altro.
Specifico che ovviamente non c’è alcuna forma di giudizio in ciò, e che si tratta anzi di qualcosa in cui io a priori non metto nulla di mio, nulla di razionale: “subisco” solo una forte sensazione interiore che vorrei capire, e che invece non nasce di fronte a chi è in pensione o a chi non lavora per altri tipo di problemi (salute, familiari, etc) o – naturalmente – davanti a chi cambia vita per dedicarsi davvero agli altri “anima e corpo”
Le chiedo se questo mio tentativo di capire tale sensazione ha un senso e se la giusta reazione è pregare per queste persone.
La ringrazio di cuore, la ricordo quotidianamente nella preghiera e le porgo un caro saluto con gratitudine
Carlo


Risposta del sacerdote

Caro Carlo,
1. ho l’impressione che quanto tu hai descritto corrisponda perlomeno in alcune persone a quella anestesia delle coscienze, di cui ha parlato Giovanni Paolo II nell’esortazione post sinodale Reconciliatio et Paenitentia, del 1984.

2. Si tratta di persone desiderose di uscire dal combattimento della vita quotidiana e sociale per vivere in maniera tranquilla, senza preoccupazioni.
Ecco le precise parole del Papa: “Non di rado nella storia, per periodi di tempo più o meno lunghi e sotto l’influsso di molteplici fattori, succede che viene gravemente oscurata la coscienza morale in molti uomini. 
«Abbiamo noi un’idea giusta della coscienza»? – domandavo due anni fa in un colloquio con i fedeli -. «Non vive l’uomo contemporaneo sotto la minaccia di un’eclissi della coscienza? di una deformazione della coscienza? di un intorpidimento o di un’”anestesia” delle coscienze?».
Troppi segni indicano che nel nostro tempo esiste una tale eclissi, che è tanto più inquietante, in quanto questa coscienza, definita dal Concilio «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo» (Gaudium et Spes, 16), è «strettamente legata alla libertà dell’uomo (…). Per questo la coscienza in misura principale sta alla base della dignità interiore dell’uomo e, nello stesso tempo, del suo rapporto con Dio».
È inevitabile, pertanto, che in questa situazione venga obnubilato anche il senso di Dio, il quale è strettamente connesso con la coscienza morale, con la ricerca della verità, con la volontà di fare un uso responsabile della libertà.
Insieme con la coscienza viene oscurato anche il senso di Dio, e allora, smarrito questo decisivo punto di riferimento interiore, si perde il senso del peccato. Ecco perché il mio predecessore Pio XII, con una parola diventata quasi proverbiale, poté dichiarare un giorno che «il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato»” (RP 18).

3. Tralascio l’analisi delle cause fatta da Giovanni Paolo II perché non è questo l’oggetto della nostra mail.
Vengo invece alla tua reazione.
Per prima cosa ti consiglio di continuare così nella tua vita spirituale: nel combattimento interiore e nella preghiera.
Parlo di combattimento interiore perché le pressioni che vengono dall’esterno per conformarsi al modo comune di vivere sono continue e talvolta fortissime.
La prima risorsa di questo combattimento interiore è costituita dalla preghiera che ti permette di vivere nel vero mondo, che è quello di Dio.
In questo vero mondo respiri bene, in profondità, in comunione con Dio e con tutti gli uomini.
Abbiamo bisogno di stare nel mondo vero, quello di Dio, come il pesce ha bisogno di stare nell’acqua. Fuori di essa boccheggia e muore
La seconda risorsa la chiamerei “spirito ascetico” che ti aiuta ad accorgerti ben presto e da te stesso di ciò che viene a turbare o ad accrescere la tua comunione con Dio e con il prossimo.
Corrisponde a quella prima parola usata da Gesù quando ha detto: Vegliate e pregate per non cadere in tentazione”.
“Vegliate”: per vegliare è necessario tenere lo sguardo fisso su un determinato obiettivo senza distrarsi. Il senza distrarsi comporta che si tralascino cose in se stesse buone, ma che non giovano.

4. Preghiera e spirito ascetico non sono altro che quelle due parole dette da Gesù agli apostoli al momento dell’arresto nell’orto degli olivi: “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione” (Mc 14,38).

5. Nello stesso tempo preghiera e spirito ascetico sono risorse che non giovano soltanto a chi le fa, ma sono le armi insostituibili che dobbiamo maneggiare per strappare gli uomini da quell’anestesia delle coscienze che li può portare all’inferno.
Qui non posso non ricordare le prime parole rivolte della Madonna ai tre pastorelli di Fatima il 13 maggio 1917: “Volete offrirvi al Signore per sopportare tutte le sofferenze che lui vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati da cui è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori?”.
I tre bambini risposero decisamente: “Sì, lo vogliamo”.
Poi la Madonna disse: “Allora avrete molto da soffrire, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto”.

6. Il volontariato giova segretamente per la conversione di molti se è fatto per amore di Dio e per motivi soprannaturali.
Se è fatto solo per coprire il vuoto, pur rimanendo ottima cosa, non giova alla causa più importante che è quella di strappare all’anestesia delle coscienze e di portare gli uomini a vivere in Dio.

Ti ringrazio infinitamente per il ricordo quotidiano nelle tue preghiere.
Con la speranza che tu accolga l’invito che viene dal cielo con il medesimo entusiasmo dei bambini di Fatima, ti ricordo a mia volta al Signore e ti benedico.
Padre Angelo

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P.Angelo Bellon op, docente di teologia morale.